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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Capire: verbo transitivo

Capire è uno dei verbi più ipocriti della nostra lingua. Alzi la mano chi non ha mai osservato l'uso improprio e peloso di questa parola nei dibattiti televisivi e sui giornali.

Una prima ipocrisia la conosciamo tutti: a scuola dicevamo "non ho capito" per mascherare un più rischioso "non ho studiato".

Professore: "Secchi, ma non hai studiato la fotosintesi clorofilliana?"

Io: "L'ho studiata, ma non l'ho capita!"

Ma, tutto sommato, si trattava di un abuso comprensibile: se ripenso ai ritmi di studio imposti dalle scuole superiori, mi chiedo come io abbia fatto a uscirne vivo. Invece, l'abuso più fastidioso è quello proposto dai vari tuttologi che commentano i fatti di cronaca. Un adolescente ha sterminato la famiglia? Dobbiamo capire, bisogna capire, occorre sforzarsi di capire. Ma capire che cosa, scusate? Non era assodato che l'uomo gode del libero arbitrio? Se Adolf Hitler era lievemente indisposto verso alcune minoranze etniche, dobbiamo sforzarci di capirne le ragioni?

Già, perché siamo la patria del perdonismo e della remissione dei peccati. Se un essere umano commette un reato, partiamo dal presupposto che tutta la società non ha saputo capire. Che c'è da capire, a parte il rispetto delle regole e delle leggi elementari? Se da bambino ti spiegano che rubare è illecito, tocca a te decidere se diventare un fuorilegge. Anche perché, mediamente, vale la frase storica
Le leggi esistono per non farti pensare.

Se seguite il mio blog, dovreste ricordare chi le ha pronunciate. Ma in Italia no, noi dobbiamo capire e magari fustigarci perché c'è qualcuno che non ha capito. Finché si parla di bambini, posso condividere; se parliamo di adulti di normale intelligenza, allora diventa una reazione pusillanime. Sembra che ci spaventiamo davanti alla prospettiva di punire chi sbaglia, vogliamo far capire a Landru che l'amore coniugale è un bene supremo e da secoli ci vantiamo dei delitti e delle pene che sappiamo bilanciare con maestria.

Peccato però che il senso civico degli italiani sia miserando, e che ammiriamo segretamente gli evasori fiscali e i furbetti del quartierino. Ci ostiniamo a confondere la caritas cristiana (assolutamente lecita e commovente) con l'amministrazione della giustizia civile e penale. Tutto in nome della comprensione, della speculazione filosofica sulle ragioni profonde. Siamo poi così certi che esista sempre qualcosa da capire?

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