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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Tornando a casa, come una volta

Non si può dire che io un nemico dell'informatica e della tecnologia (ehi, sto scrivendo questo post sul mio nuovo iPad, uso internet dal 1998 e me la cavo con la tecnologia in generale). Talvolta, su Twitter, prendo in giro qualche professionista dei nuovi mezzi di comunicazione con la vecchia litania del ritorno alla vita reale, quella di una volta. E mi prendo la mia dose di commenti sarcastici.

Questa settimana ho voluto fare un esperimento: a casa niente internet. Ora, sia chiaro: esco alle 8 e rientro dopo le 18, quindi non possiamo parlare di disintossicazione. Eppure mi sono riappropriato di quelle due ore prima di cena che ormai se ne andavano in banali navigazioni su siti inutili, qualche controllo dell'email e dei network sociali.
Da lunedì a venerdì, fino alle 20, mi sono dedicato alla cara, vecchia lettura. Di libri stampati su carta o di ebook, ma rigorosamente offline. Il risultato è che ho letto due libri, un ritmo più che doppio rispetto alle mie abitudini. E quelle due ore serali sono volate. Ho fatto quello che facevo da ragazzo, al ritorno dall'università. Leggevo Topolino, ascoltavo musica, telefonavo a qualche amico.

Proprio mezz'ora fa leggevo un articolo su un quotidiano che avanzava una tesi un po' sinistra: tutti saremmo dipendenti da internet, e dunque drogati. Mi sembra troppo, ma un fondo di verità c'è. Quando ci imponiamo di restare scollegati, la prima sensazione è di ansia: e se arrivasse un messaggio importante? E se mi perdessi una notizia fondamentale?
Voi potreste essere fra le poche persone che realmente devono essere perennemente reperibili. Io non lo sono, e nessun ha il diritto di biasimarmi quando decido di non leggere la posta dopo cena o la domenica pomeriggio. Senza integralismi, per carità; ma anch'e senza sensi di colpa. In fondo, quei due libri mi hanno dato più soddisfazione di tanti siti e di tanti tweet.

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