Le otto montagne


Se leggete il mio blog, o almeno quel che resta, sapete che sono appassionato di montagna e di letteratura di montagna. La pubblicazione del libro di Paolo Cognetti mi è sembrata l'occasione giusta per arricchire la mia biblioteca.
Accompagnato da critiche e recensioni ottime, Le otto montagne è sicuramente una promessa mantenuta. La trama è scorrevole ed intrigante, lo svolgimento è tranquillo ma senza sprechi di pagine inutili. Insomma, un libro bellissimo?

Non proprio, a mio giudizio. Innanzitutto, la storia: è la formazione del giovane protagonista, iniziato alla montagna da un padre ombroso e da una madre amorevole. Fra le Alpi Occidentali, incontra il coetaneo Bruno: ragazzo selvatico, destinato ad una vita da pastore in alta quota. Poi il tempo passa, la vita continua, succedono tante cose. Eccetera eccetera. Alla fine (naturalmente?)  i due amici si ritrovano e finalizzano un progetto in memoria del padre defunto. Già.

Arriva la fine, tragica e circolare (in un senso che solo il lettore può capire), e tutto si compie. Già.

Un romanzo può essere emozionante e addirittura commovente senza essere un romanzo magnifico: basta agire sulle leve più primitive della nostra sensibilità, come l'istinto genitoriale, gli affetti dell'amicizia, l'amore. Ecco, a me è sembrato che dietro l'istanteneo piacere della lettura si nasconda una forma di manierismo. Sbaglierò, ma lo stile di Cognetti richiama molte volte quello di Mauro Corona, perfino in un certo gusto per gli accenni critici agli usi della società contemporanea.

Per me funziona così: se chiudo l'ultima pagina di un libro e ne sono entusiasta, attendo almeno un giorno. Se l'entusiasmo si esaurisce in poche ore, allora qualcosa non funziona. Darò certamente una seconda opportunità di lettura a questo autore molto promettente, ma per adesso non mi associo ai trionfanti giudizi di talune recensioni.

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