Ottobre

Oggi finisce il mio semestre senza didattica, da lunedì si ricomincia. Il dipartimento è ormai in fermento: aule, lavagne, tablet, esami, orari di ricevimento, esercitazioni e riunioni. Per quelli che insegnano all'università, ottobre coincide con una piccola rinascita, arrivano nuovi studenti, si respingono (bocciano, in dialetto milanese) quelli vecchi, si respira nuovo gesso e si prendono nuovi raffreddori.

Il quartiere si popola dopo i deserti estivi, i treni rigurgitano ventenni di belle o brutte speranze nelle vie fra i palazzi color mattone. Provo quella stessa sottile inquietudine di entrare in un'aula e di trovarmi sotto gli occhi di studenti altrettanto inquieti. Forse non ho mai accettato di essere passato dalla parte sbagliata della cattedra, chissà.

Ritrovo gli stessi pensieri dell'ottobre 1993, quando varcavo la soglia, invero piuttosto squallida, della sede di Como dell'università di Milano. Appesi ad un pannello gli orari delle lezioni: algebra I, analisi I, geometria I, fisica I. Avevo i capelli più scuri, e soprattutto avevo più capelli. Portavo uno zainetto a righe bianche e gialle acquistato al supermercato, ed ero contento di studiare finalmente quello che desideravo: matematica!

Lunedì, davanti a me, ci saranno i ventenni del 2015. Potrebbero essere i miei figli, ma tutto sommato anche no... Parlerò delle proprietà dell'insieme $\mathbb{R}$ dei numeri reali, e so che dopo dieci minuti i miei studenti lasceranno correre i pensieri dietro un videogioco, una fidanzata, un moroso. Loro penseranno che io non mi accorga di nulla, come pensavo io quando ero seduto al loro posto. Pazienza, è il gioco delle parti. Tante volte mi è capitato di liberare i miei pensieri mentre facevo lezione, chissà se loro se ne sono accorti...

Ottobre, la primavera dei professori e l'autunno degli studenti.

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