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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

L’ottimizzazione dell’ignoranza

Stamattina ho letto molti commenti su un articolo inerente lo sbarco sulla Luna. Come e più della piattezza della Terra, si tratta di un evento storico flagellato dalle sciocchezze dei cosiddetti scettici. Ora, a pochi giorni dal cinquantesimo anniversario, anche un noto quotidiano fa sponda ai negazionisti dell’allunaggio.

Insegnanti, divulgatori, docenti universitari, storici, si sono precipitati a suggerire la vecchia medicina: lo studio, preferibilmente sui libri di fisica, ingegneria, matematica. E, ovviamente, storia. Tutto giusto, ma perché non funziona? Perché queste teorie strampalate e complottiste si moltiplicano peggio dei conigli di Fibonacci?

Sono di indole incline al pessimismo, e propendo per una spiegazione sociologica: l’uomo (sempre inteso come abbreviazione di essere umano) ha un’attrazione all’ottimizzazione, probabilmente legata all’evoluzione del cervello. Se punta ad un obiettivo, cerca (giustamente) la via più breve, e comunque la via meno faticosa. Si tratta di un approccio intelligente, che però può sortire effetti nefasti.

Se è intelligente costruire utensili con poco sforzo, oppure progettare automi capaci di svolgere lavori pesanti, meno intelligente è cercare scorciatoie alla formazione intellettuale. L’intelletto è la virtù che più separa l’uomo dal resto del mondo animale, e non è un bene che il cervello impigrisca come un pensionato sul divano. Si dice che internet è una gigantesca enciclopedia, e tecnicamente è accettabile. Il problema nasce con l’uso che ne facciamo.

Gli eruditi classici possedevano enormi biblioteche, ma il punto è che leggevano e studiavano su quei libri. Internet, al contrario, è spesso utilizzata come un paracadute contro l’ignoranza: ignoro la tal cosa, ma posso sempre cercare in Rete. Questa accessibilità , ben diversa dall’accessibilità di una biblioteca cartacea, ci sta rendendo svogliati, e anche più insipienti.

Questa tendenza al risparmio delle forze emerge, legittimamente, in tutti gli ambiti. Pochi giovani accettano di svolgere mansioni faticose, anche se onestamente retribuite e come esperienza temporanea. Non sto ora rimpiangendo i vecchi tempi del lavoro manuale nei campi, però il fenomeno è lo stesso di prima:se l’obiettivo è quello di condurre una vita serena e soddisfacente, perché non tentare la via più economica? Il mondo è pieno di persone piuttosto “semplici” che guadagnano soldi a palate senza mai fare fatica. Opinionisti, influencer, magari alcuni politici: un lungo elenco. Imparare un’arte costa anni di lavoro e di fatica, fisica e intellettuale. Ne vale davvero la pena? Questa è la domanda cui proprio la nostra intelligenza ci ha portati a formulare!

Generazioni di donne e uomini hanno costruito un presente pieno di strumenti straordinari, ma non è chiaro che il futuro seguirà la stessa strada. Esiste un massimo (relativo o assoluto) per la funzione di evoluzione intellettuale? Un livello oltre il quale l’umanità diventa vittima della sua stessa intelligenza, e inizia a regredire verso l’ignoranza a causa della (teorica) accessibilità dell’informazione?

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