Recensione: Joyland

 

Credo di essere uno dei pochi italiani nati negli anni '70 che non avevano mai letto un romanzo di Stephen King. O almeno non dall'inizio alla fine. E già, perché l'ottimo King ha sempre avuto il vizio di scrivere enciclopedie: ricordo ancora quando comperai il celeberrimo It, 1344 pagine e un paio di chili di peso. Abbandonato immediatamente sullo scaffale.

Questo Joyland, al contrario, si limita a 360 pagine stampate a grandi caratteri, e gli ho dato una possibilità. Riporto la trama dal sito della casa editrice:

Estate 1973, Heaven's Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perchè la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw che gli affitta una stanza ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall'ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heaven's Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

Qualche libreria lo propone fra i romanzi dell'orrore, probabilmente perché questo è quello che i lettori di King si aspettano. Fortunatamente c'è ben poco orrore nel libro, che potrebbe essere definito come un thriller con risvolti paranormali. Ma è anche una sorta di romanzo di formazione, genere caro all'autore della raccolta Stagioni diverse, dal quale è stato tratto il film Stand by me.

Tutto bene, dunque? Tutto bello? Ma nemmeno per sogno! Ho chiuso definitivamente il libro ieri sera, prima di mettermi a tavola. Ero quasi commosso dalle ultime pagine, scritte con abilità. Dopo un paio d'ore, sono stato assalito dai dubbi: ma è davvero un buon romanzo? Ho fatto passare una notte, ed eccomi qui a dare la mia risposta. In breve: no, non lo giudico un grande romanzo.

Innanzitutto, fin dalle prime pagine si trovano molti degli errori che ti correggono anche a scuola. Ad esempio, l'abitudine di descrivere tutto con sostantivi preceduti da aggettivi mirabolanti. Conoscendo un poco la lingua inglese, temo che parte della responsabilità sia imputabile al traduttore.

Poi c'è la trama. Beh, c'è davvero una trama? Quel che c'è è riassumibile così:

Giovane americano, innamorato ma non corrisposto, abbandona l'università per un lavoro nel parco di divertimenti Joyland. Stringe amicizia con due coetanei che ben presto si fidanzeranno e lo useranno come porta-moccolo. Nel frattempo apprende il rude linguaggio dei carrozzoni, dove i clienti sono i frollocconi. Da quel momento, parlerà come un perfetto bimbominkia. Nel Tunnel dell'Orrore (o come diavolo si chiama) si manifesta il fantasma di una ragazza uccisa dal suo amichetto qualche anno prima (Minchia Sabbri! Che figata! Stephen King mette un fantasma del Tunnel dell'Orrore! Cioè! Che figata!). Nel frattempo, il giovane protagonista si innamora di una splendida donna, madre single di un bambino-sensitivo-quasi-paralitico-condannato-a-morire-di-malattia (Cioè! Wow! Troppo forte il bambino malato!). Lei farà perdere al povero giostraio la verginità. Il bambino libererà lo spirito inquieto dalla ragazza ammazzata, e l'assassino farà una pessima fine.

Ora, vogliamo parlare della faccenda dell'assassino, o meglio del killer seriale? Ha ucciso un certo numero di fanciulle attraenti in non so quanti Stati, compare nelle fotografie mentre tocca il culo (scusate il francesismo) alle sue vittime. E naturalmente lavora sul luogo del delitto. Ma nessuno, né la polizia né l'FBI, né i colleghi del baraccone riescono a riconoscerlo dietro agli occhiali da sole. Ma porca miseria, sembra la storia di Super Pippo: avete presente il supereroe della Disney?

E vi siete mai chiesti perché nessuno capisce che è Pippo?

Forse perché indossa un pigiama rosso? Mistero.

Sì, ma Stephen King non è Walt Disney, e non scrive fumetti per l'infanzia. Ci aspetteremmo un minimo di credibilità, visto che l'elemento soprannaturale è usato con grande parsimonia.

E infine ci sono troppe pagine. Sono 360, ma ne sarebbero bastate meno di 200 per raccontare la stessa storia senza introdurre personaggi inutili o marginali. D'altronde, fino a metà il romanzo è molto lento e apparentemente privo di scopo. La seconda parte è decisamente più intrigante, ma solo grazie ai temi più abusati: l'amore, il sesso, la morte. Rigidamente in questo ordine, è chiaro.

In conclusione, so bene che Stephen King potrebbe vendere milioni di copie con la lista della spesa. Ma oggi mi sento decisamente un frolloccone anch'io: per essere caduto nella rete commerciale che ha fatto di questo scrittore un grande letterato.

Voto: sufficiente, se volete un libro per le vacanze.

Commenti

  1. Divertente analisi che però si discosta dal mio parere a riguardo. Io ho apprezzato tantissimo Joyland, tanto da perdermici dentro.

    Russell

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