Osservazioni friulane

Ho passato qualche giorno a fare trekking in Friuli, e vorrei raccogliere alcune osservazioni. Innanzitutto, la tappe: dopo un viaggio attraverso la Lombardia e il Veneto sotto i temporali, siamo arrivati a Longarore, e più precisamente alla tristemente nota doiga del Vajont. Chi non conoscesse i dettagli della tragedia che esattamente cinquant'anni fa, il 9 ottobre 1963, si abbatté su Longarone, può trovare qui molte informazioni. La diga esiste ancora, ma ovviamente è inutilizzata. Una foto d'epoca accosta in modo impressionante l'area prima e dopo il disastro:


Suscitano rispetto e indignazione le scritte contro il governo, ritenuto colpevole di aver commesso una strage di più di tremila persone) e l'elenco dei bambini morti affisso in prossimità della diga.

Da lì siamo arrivati a Cimolais, minuscolo paese a sud del parco delle dolomiti friulane. È stupefacente la pulizia e l'ordine che regnano fra le viuzze di questo centro abitato, ormai abbandonato dai giovani. Si respira un'aria d'altri tempi, guardando gli avventori del bar principale e i ragazzini che si rincorrono in bicicletta, salutando educatamente i forestieri. A pochi chilometri troviamo Claut, al termine di una strada che muore nei boschi. Qui l'atmosfera è meno malinconica, ci sono negozi e ristoranti ospitati da costruzioni tipicamente alpine.
È interessante dedicare un pomeriggio al comune di Erto e Casso, ormai un museo contadino a cielo aperto. Casso, in particolare, fu lambito dall'onda di piena della frana del Vajont, e all'ingresso del paese è possibile trovare un'edicola religiosa che resistette alla furia dell'acqua e del fango.
Complessivamente, lasciando questi luoghi si prova un sentimento di profonda tristezza. Ogni borgo è memore della propria tragedia: qui una frana, là un'alluvione, lì un furioso incendio appiccato dai nazisti in fuga. E ovunque la memoria del taramot, il terremoto del 1976 che in due scosse a distanza di qualche mese si abbatté sul Friuli. Ecco un'agghiacciante registrazione originale della prima scossa:


Dopo questa zona del pordenonese, ci siamo spostati a Tolmezzo. Capoluogo della Carnia, ospita la cartiera Burgo (che ci svegliava con le sue sirene ad ogni cambio di turno) ed è un centro più sviluppato dei precedenti. Anche qui alcune costruzioni in evidente stato di abbandono, ma senza particolare degrado. Comincia a vedersi il turismo degli austriaci e dei tedeschi, che amano gli spaghetti aglio, olio e peperoncino: in tutti i menu, potete trovarli fra i piatti tipici!

Da Tolmezzo, ci siamo spostati a Tarvisio. Ultimo avamposto italiano prima dell'antica cortina di ferro e simultaneamente porta d'ingresso in Austria, è un centro di dimensioni estremamente contenute. In pratica, Tarvisio è l'area compresa fra due strade che corrono parallele per un paio di chilometri, e uno dei luoghi più suggestivi è l'antica stazione ferroviaria. Ora i binari sono stati spostati a sud, ma la massicciata originale è stata ripristinata e convertita in pista ciclabile. Più o meno a metà, ci si imbatte nell'edificio della stazione, con i marciapiedi e le panchine. Apparentemente in vendita, versa purtroppo in uno stato di abbandono totale; nonostante questo, di sera è bello ripercorrere la strada battuta da tante locomitive a vapore.
Purtroppo Tarvisio affianca vie piene di negozi a strade che quasi mettono i brividi, segnate da edifici sbarrati e gigantesche caserme ormai inutilizzate. Segnalo il bel parco dei cervi, nella periferia nord.
Pochi prima di Tarvisio c'è il famosissimo Monte Lussari, raggiungibile su una teleferica che in certi passaggi mette qualche vertigine. Anche stavolta devo essere ipercritico: sembra di entrare in un luna park, non c'è traccia dell'atmosfera mistica che vorrebbe offrire, e il borgo è formato da ristoranti e negozi di souvenirs.

Complessivamente, pur avendo vissuto quattro anni nel capoluogo del Friuli Venezia-Giulia, non ero mai stato nella parte settentrionale della regione. Rispetto alla costa, c'è un abisso di usi e costumi. D'altronde, Trieste è una città di mare, dove si parla un vernacolo di chiara ispirazione veneziana e assai comprensibile. Nel Friuli profondo si respira aria di montagna, le persone parlano dialetti e lingue (il friulano ha la nobiltà di una vera e propria lingua) assolutamente inavvicinabili per i forestieri. Inoltre Trieste è una città aperta, dove ci metti poco a sentirti a casa (e io sono bene che cosa provo, ogni volta che ci torno). I montanari sembrano ovviamente più chiusi e distaccati, cordiali ma silenziosi e schivi. Nel capoluogo si incontrano italiani, sloveni, austriaci, serbi, croati, ungheresi; fra le cime delle Apli Giulie ho respirato un'aria senz'altro meno mitteleuropea.

Due aneddoti per concludere. Tanti anni fa, quando ero in procinto di trasferirmi a Trieste per il dottorato, ho fatto un sogno strano. Ero a Como, in piazza Vittoria (non pretendo che questo indirizzo vi dica qualcosa), e aspettavo l'autobus per Cantù. Ad un tratto, vedevo arrivare un pullman tetro, con i vetri oscurati, e sul pannello frontale c'era scritto "Udine". Senza apparente spiegazione razionale, quel sogno è stato per me un incubo: associavo Udine e il Friuli ad una terra lontana e ostile. Ora che ci sono stato, posso dire che Udine è una città di pianura, forse un po' banale nella sua architettura veneziana. E il Friuli forse faceva paura quando era il confine con il blocco sovietico, ma oggi mi è sembrata soprattutto una terra che si chiude in se stessa.
Il secondo aneddoto: a Sella Nevea, di domenica mattina, cercavamo un negozio per comperare qualche provvista di emergenza, magari un panino. Nessun negozio aperto, ma c'era un albergo vicino al parcheggio, così siamo entrati per prendere almeno acqua e una brioche. Dietro al bancone, un tizio vestito con l'abito buono e tratti somatici tutt'altro che friulani. Gli chiedo una brioche e, se possibile, un sacchetto per portarla nello zaino. Lui mi dice che ha finito i sacchetti, e intuisco un accento famigliare. Allora gli chiedo se può avvolgere la brioche nella carta stagnola. Al che, l'uomo rivela le sue origini: si gira verso la cucina e grida al figlio
- "Portami la stagnóla" (con la o chiusa, come a Bari);
Figlio: "Che stagnóla?"
Padre: "Come che stagnóla? La stagnóla, no?!"

Per un attimo ho avuto un senso di stordimento: ero a Sella Nevea o a Bari? A qual punto volevo chiedergli una porzione di riso, patate e cozze, ma forse non avrebbe apprezzato...

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Mi sono reso conto di non aver parlato minimamente del trekking. Ho fatto qualche escursione, niente di straordinario per altezza o difficoltà, ma comunque tutte piacevoli. Il Friuli abbonda di montagne, e le montagne abbondano di fauna tipica: stambecchi, marmotte, rane, lumache, api, vespe, calabroni, tafani, ecc. Alcune mete sono classiche e piene di turisti, mentre altri sentieri sono deserti e silenziosi. Ovviamente regioni come la Valle d'Aosta o il Trentino Alto Adige garantiscono percorsi più avventurosi, a quote qui irraggiungibili. Ma a volte è bello anche camminare in un ambiente più selvatico, con l'erba che ti graffia le gambe.



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