La primavera tarda ad arrivare

Un altro ispettore, e guai a chiamarlo commissario come Montalbano. Lui è un ispettore, come Derrick. Già, il mitico ispettore della polizia di Monaco di Baviera, interpretato per tanti anni da un insospettato membro delle SS. Non chiedetevi perché ho scritto queste parole, una ragione esiste.

Cividale del Friuli, inizio di primavera. Un corpo in fondo a un pozzo, ucciso da un unico colpo alla testa. L'ispettore Drago Furlan, quarant'anni che sono quasi cinquanta, dopo tanti anni deve risolvere un caso di omicidio. Si ricorda ancora come si fa? In fondo lui è un contadino nell'anima, ama la sua terra, le sue montagne, l'altare di Ratchis. Possibile che qualcuno abbia ucciso in quell'angolo di quiete friulana?

Il corpo appartiene ad un anziano, anzi vecchio, tedesco. Come tanti uomini della sua età si è sporcato le mani con il nazismo, nella spietata Karsjaeger Brigade (la brigata del Carso). Ma perché è venuto a morire in un piccolo paese sul confine sloveno, Montefosca?

Drago Furlan inizia ad indagare, ma le piste sono deboli e confuse. Il pubblico ministero gli sta addosso, non è possibile lasciare un omicidio senza colpevole. Una inattesa trasferta in Baviera gli porterà indizi importanti ma non ancora decisivi.

Costruito secondo lo schema più classico dei romanzi gialli, omicidio-false piste-svolta inaspettata-colpo di scena, La primavera tarda ad arrivare è l'esordio di genere di Flavio Santi. Un romanzo che dimostra l'inesperienza dell'autore con questa forma di narrazione: troppe frasi banali, troppa pubblicità al Friuli e alla sua cucina, personaggi vagamente stereotipati e prevedibili. La macchietta del pubblico ministero napoletano è quasi penosa, ma in generale tutti i personaggi che popolano la storia si muovono secondo un copione già letto infinite volte. La soluzione al mistero della morte del vecchio nazista arriva nella miglior tradizione dell'ispettore Derrick: il quale vagava per cinquanta minuti come un emerito incapace, e trovava il colpevole solo quando questi si buttava ai suoi piedi e confessava spontaneamente. Così succede a Drago Furlan, che riceve una confessione scritta quando non sa più che pesci pigliare. Ma Santi non è contento, e si inventa il colpo di scena estremo: minchia, la suora-cecchino! direbbe l'ispettore Coliandro.

Salutato come uno dei migliori thriller del 2016, forse perché è uscito in gennaio, questo libro mi ha fatto sperare in un nuovo Umberto Matino o in un novello Gianni Zanolin. Invece si è rivelato una delusione. L'unico spunto interessante è il fatto reale attorno al quale gira la soluzione dell'enigma: il piccolo borgo montano di Avasinis fu teatro di uno spaventoso e assolutamente inutile eccidio perpetrato dalle SS del Carso proprio il giorno della liberazione di Udine. Propongo il link ad un bel documentario di qualche anno fa contenente testimonianze dirette.
Come ho scritto altre volte nel mio blog, in Friuli ogni paese ha la sua tragedia. E talvolta fanno la fortuna di qualche scrittore a corto di idee originali.

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