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Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

La scala di ferro

Etienne e Louise, Louise e Etienne: due anime unite e al contempo solitarie, sposati da quindici anni e forse mai davvero una coppia. Lei è la proprietaria di una cartoleria ben avviata in zona Place de Clichy; lui era un commesso viaggiatore delle Papeteries du Sud-Ouest che cercava di allargare il proprio portafoglio di clienti. L'attrazione è stata improvvisa e violenta, contraria alle convenzioni sociali perché Louise era già sposata e sei anni maggiore di Etienne.
Ma l'improvvisa malattia mortale del marito aveva cambiato tutto, e i due si erano sposati. Per quindici anni la loro vita è stata regolare e solitaria, solo la settimanale partita di belote con una coppia di amici rompe il loro isolamento famigliare.

La crisi simenoniana, il ben noto espediente con cui il prolifico scrittore belga introduce la svolta tragica nei suoi romanzi duri, scaturisce dai primi malesseri di Etienne: dolore alla gola, battito cardiaco rallentato, senso di oppressione. Malesseri che si ripetono, sempre, a breve distanza dai pasti consumati con Louise. Il sospetto di un avvelenamento si fa strada nella testa dell'uomo, che consulta vari medici all'insaputa della consorte. La conferma arriva, quasi una liberazione: arsenico. Ma perché?

Ecco che, finalmente, quindici anni di cecità lasciano il posto alla sconcertante simmetria degli avvenimenti: non era forse stata simile l'uscita di scena del primo marito di Louise, al tempo in cui proprio Etienne si era intromesso con la sua carica di gioventù appassionata? Quindi non perché, ma per chi. Chi è la nuova preda della mantide Louise, chi è l'amante che prenderà il posto di Etienne nella casa sopra la cartoleria?

Simenon ce lo svela, ma poco importa. Conta molto di più la decisione di Etienne di non morire, perché lui non cederà il suo posto ad alcuno. Pedina la moglie, riconosce l'amante, lo aspetta sotto casa con una rivoltella in tasca. Ma Etienne non ha la forza di tirare il grilletto, si allontana dopo aver salutato la vittima predestinata della sua vendetta. Finirà da solo, su una panchina, con una pallottola in testa per trovare, forse per la prima volta, la pace.

Scritto nella primavera del 1953 nel Connecticut, e dunque appartenente alla produzione della piena maturità di Simenon, La scala di ferro (Adelphi) è un romanzo disperato e disperante. Il tema del matrimonio di due numeri primi che non sanno davvero perché restino uniti è costante, quasi martellante. Nessuna forma di amore unisce i due protagonisti, ed è facile stupirsi del perbenismo con cui l'adultero Simenon si schiera dalla parte del marito tradito. D'altronde il maschilismo dello scrittore non è certo una novità. A ben guardare, la morale è chiara: non c'è riscatto per i deboli, quando i forti vogliono schiacciarli.

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