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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Tweetie

C'era una volta Tweetie, il canarino giallo:



Ai giorni nostri, quando senti una parola che inizia con "twit", pensi subito a Twitter. Già, proprio quel sistema di messaggini nei quali, teoricamente, dovresti scrivere il minimo indispensabile. E figurati se avrei potuto resistere alla tentazione di provare. Quindi ho un account su Twitter: @admsimat

A differenza di Facebook, Twitter è più complicato da usare: non è una piattaforma di blogging, e non è neanche una vetrina in cui scrivere le proprie fregole. A pensarci bene, è un sistema di SMS a pioggia, dove un singolo messaggio/pensiero viene copiato nella "bacheca" di tutti gli utenti che ti "seguono". Il risultato? Una congerie di messaggi scollegati, che in poco tempo stancano e innervosiscono.

Solo per fare un esempio, nella prima pagina del mio account leggo "tweet" su:

  1. lo sciopero dei tassisti a Roma, raccontati in diretta (!) da una tizia che non ho mai sentito nominare;

  2. l'incipit, spezzato in dozzine di tweet, di un libro in uscita presso una nota casa editrice;

  3. le condizioni meteo di tutte le località dell'arco alpino;

  4. la pubblicità di Joe Lansdale, che farebbe meglio a scrivere romanzi invece che tweet autopromozionali;

  5. Mario Vargas Llosa che accetta la presidenza di qualche cavolo di società filantropica, e si dice onorato (ma Vargas Llosa non mi stava sullo stomaco? Come ha fatto ad intrufolarsi nel mio account?);

  6. uno spot dell'Isola dei Famosi (mortacci loro);

  7. avviso che a Berna il cielo è nuvoloso;

  8. eccetera, eccetera, eccetera.


Eppure sembra che Twitter sia diventato la piattaforma sociale più popolare in tutto il mondo, dai giornalisti imbolsiti che non sanno più alzare le chiappe dalla sedia fino ai rivoltosi in Medio Oriente e in Africa. E il bello di tutto questo è che io non ho fatto niente! E già, perché se mi garba, basta che pigio "retweet" e diffondo come la peste polmonare (molto più virulenta di quella bubbonica) ogni mia sciocchezza a tutti quelli che mi "seguono", volenti o nolenti.

Delle due l'una: o devo ancora imparare ad usare Twitter, oppure non fa proprio per me...

Commenti

  1. se poi capisci come si usa o a cosa serve, spiegamelo perché io proprio non ce la faccio...

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