Recensione: "L'angioletto"


Scritto da Georges Simenon nel 1964 a Épalinges (Svizzera), è un romanzo davvero singolare nella produzione dello scrittore belga. Innanzitutto per la forma: non più la mera suddivisione in capitoli di lunghezza standard, bensì un'ulteriore suddivisione in due parti maggiori. E poi la trama: non leggiamo il classico schema routine + crisi + tragedia cui ogni lettore di Simenon è ben abituato. La storia di Louis Cuchas, nato sul finire del 1800 in un quartiere povero di Parigi e soprannominato appunto angioletto a causa dell'apparente distacco da qualunque tribolazione umana, è proposta da una voce narrante fuori campo e onnisciente. Buona parte del libro descrive gli anni dell'infanzia e della prima giovinezza di Louis, spese in un piccolo appartamento con la madre, il fratello Vladimir, la sorella Alice, i due gemelli con i capelli rossi, e una sorellina destinata a morire di influenza molto presto. La madre è carrettaia alle Halles (i mercati di Parigi), porta a casa uomini sconosciuti ma complessivamente riesce ad educare i figli con dignità. Se Vladimir è evidentemente destinato ad un futuro di dubbia legalità e Alice ad una vita tradizionale in famiglia, Louis è totalmente remissivo e isolato. Al limite dell'autismo, non sembra appassionarsi ad alcunché: la scuola lo annoia, eppure ottiene voti buoni, non cerca l'amicizia dei coetanei, vive in un mondo tutto mentale e accogliente. Solo l'ambiente dei mercati generali, dove accompagna la madre con il carretto, lo stimola e lo affascina. Riesce a trovare un lavoro lì e attraversa indenne la Grande Guerra mentre Vladimir è arruolato e ferito, uno dei gemelli cade durante un assalto, e la sorella Alice resta vedova dopo pochi mesi di matrimonio.
Ma neppure queste tragedie lo toccano: Louis scopre la passione per la pittura, che assorbe buona parte del suo tempo libero. Dipinge con originalità e si inserisce nell'ambiente artistico di Parigi grazie all'amicizia con un venditore di colori.
Gli anni passano, la madre invecchia e si risposa, Vladimir viene condannato a quindici anni di lavori forzati per traffico di droga, il gemello superstite scrive dal Sud America e Alice vive in campagna con il figlio ormai grande. Il libro termina con l'immagine di Louis ormai anziano, diventato un pittore celebre seppur perennemente alla ricerca del colore puro.

Per essere del tutto sinceri, in questo romanzo non succede proprio nulla. Apprendiamo dall'introduzione che Simenon era particolarmente affezionato a questo libro, il cui protagonista è lontano da ogni crisi e, forse, felice. Resta il fatto che non sembra neppure scritto da Simenon, perfino il linguaggio è inconsueto e neutro. Ad un certo punto ci aspetteremmo la tragedia, il classico fattore di stress che induce i protagonisti delle trame simenoniane a compiere gesti estremi. E invece no, tutto va bene, per sempre. Forse lo scrittore belga, sessantenne all'epoca della pubblicazione, sentiva il bisogno di raccontare finalmente una vita normale; un'esigenza comprensibile, dopotutto.
Io non posso dire che il libro mi sia piaciuto: amo Simenon proprio perché scriveva storie nere, senza speranza di riscatto. Un brusco cambiamento di tonalità ci può stare, a patto che non diventi un'abitudine.

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