Il secondo momento migliore

Di romanzi di formazione post-adolescenziali ce ne sono tanti. Prendete un diciottenne piuttosto timido e solitario,  innamorato perso di una compagna di scuola che non lo considera affatto. Prendete una notte di ribellione, il tentativo di scrivere il nome dell'innamorata sul muro della scuola, un piede che scivola sul cornicione e un braccio fratturato. Aggiungete la punizione "alternativa" di dover dare ripetizioni a Bronson, compagno di classe malato di un tumore al cervello. Questo è l'inizio del libro di Valentina Camerini, scrittrice e collaboratrice fissa del settimanale Topolino.

Certo, qualcuno potrebbe storcere il naso per una certa mancanza di originalità: la solita storia del ragazzino viziato che impara a stare al mondo confrontandosi con le tragedie degli altri. Certo, c'è anche questo. Ma Il secondo momento migliore è anche di più. È una favola moderna magistralmente condotta dall'autrice, che non lascia mai calare la tensione fra un capitolo e l'altro. Valentina Camerini prende per mano il lettore, lo spinge in una direzione e improvvisamente lo disorienta con una svolta: dal tono quasi comico passa al racconto d'amore, e poi alla tragedia. Ma in fondo, come ogni autore Disney sa fare, ci regala un finale complessivamente positivo.

Il punto di forza di questo libro è il forte coinvolgimento emotivo che il lettore prova per i personaggi e le loro vicende. Se proprio devo cercare qualche difetto, forse dovrei parlare della stereotipizzazione di alcune situazioni e della superficialità con cui qualche personaggio secondario entra ed esce dal romanzo. C'è anche una vena paternalistica nel fatto che il giovane protagonista del libro diventa adulto con una rapidità d'altri tempi, riuscendo ad essere il giovane-più-anziano del terzo millennio. Mi è sembrato anche di cogliere un piccolo imbroglio del quale l'autrice si serve per non svelare troppo presto la fine del libro; ma non mi va di controllare, non stiamo leggendo un thriller.

Ma tutti questi sono peccati veniali, o forse non sono nemmeno peccati. La storia è molto italiana, e nel mare di romanzi made in USA va bene così. Difficile, anzi impossibile, trattenere le lacrime quando si arriva all'ultima pagina.

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