Ci vorrebbero più laureati

Quante volte abbiamo letto o ascoltato la frase del titolo? Credo innumerevoli, e l'ho appena riletta qui.
Ogni volta che qualcuno mi ripete questa ricetta salvifica, ho la tentazione di replicare in un certo modo. Talvolta soprassiedo, oggi lo metto per iscritto: tra il dire e il fare, c'è di mezzo... la materia prima.

Si dà infatti per scontato che la (supposta) carenza di laureati debba imputarsi del tutto o quasi all'incapacità del sistema universitario di aumentare la produzione. In pratica, l'università prende la materia grezza (cioè gli studenti diplomati) e li sottopone ad un trattamento automatico che sfocia nel diploma di laurea.
Ovviamente non funziona così: se la materia prima risulta inadatta (mi si perdoni la crudezza dei termini), ben difficilmente il processo produttivo finirà bene. Fuori di metafora, come si può laureare chi non vuole o chi, per mille ragioni, non ne ha le capacità?

Qualcuno è sempre pronto, anche ai livelli più alti della politica universitaria, a suggerire la scorciatoia più antica del mondo: se gli studenti faticano a laurearsi, noi dobbiamo abbassare la difficoltà degli esami. Come dire che se pochi individui sono capaci di scalare a mani nude una montagna, la soluzione è abbassare la montagna fino a ridurla a una dolce collina.

Come sempre, in Italia siamo pieni di teorie ma poveri di metodologia: ammesso di aver individuato un problema da risolvere, dove dovrebbe condurre la terapia risolutiva? Perché è facile proporre soluzioni casuali, ben più complesso è l'individuazione di un obiettivo e di una strategia coerente.

Bisogna quindi rispondere a poche domande fondamentali: l'incremento aritmetico del numero dei laureati è veramente lo scopo ultimo? Se lo è, è vantaggioso perseguirlo producendo laureati meno preparati?

Commenti

Post più popolari