Passa ai contenuti principali

In primo piano

AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Ci vorrebbero più laureati

Quante volte abbiamo letto o ascoltato la frase del titolo? Credo innumerevoli, e l'ho appena riletta qui.
Ogni volta che qualcuno mi ripete questa ricetta salvifica, ho la tentazione di replicare in un certo modo. Talvolta soprassiedo, oggi lo metto per iscritto: tra il dire e il fare, c'è di mezzo... la materia prima.

Si dà infatti per scontato che la (supposta) carenza di laureati debba imputarsi del tutto o quasi all'incapacità del sistema universitario di aumentare la produzione. In pratica, l'università prende la materia grezza (cioè gli studenti diplomati) e li sottopone ad un trattamento automatico che sfocia nel diploma di laurea.
Ovviamente non funziona così: se la materia prima risulta inadatta (mi si perdoni la crudezza dei termini), ben difficilmente il processo produttivo finirà bene. Fuori di metafora, come si può laureare chi non vuole o chi, per mille ragioni, non ne ha le capacità?

Qualcuno è sempre pronto, anche ai livelli più alti della politica universitaria, a suggerire la scorciatoia più antica del mondo: se gli studenti faticano a laurearsi, noi dobbiamo abbassare la difficoltà degli esami. Come dire che se pochi individui sono capaci di scalare a mani nude una montagna, la soluzione è abbassare la montagna fino a ridurla a una dolce collina.

Come sempre, in Italia siamo pieni di teorie ma poveri di metodologia: ammesso di aver individuato un problema da risolvere, dove dovrebbe condurre la terapia risolutiva? Perché è facile proporre soluzioni casuali, ben più complesso è l'individuazione di un obiettivo e di una strategia coerente.

Bisogna quindi rispondere a poche domande fondamentali: l'incremento aritmetico del numero dei laureati è veramente lo scopo ultimo? Se lo è, è vantaggioso perseguirlo producendo laureati meno preparati?

Commenti

Post più popolari