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La forza di gravità

Ecco, questo è un.libro che non avrei mai letto, se non fossi andato casualmente nella biblioteca comunale della mia città. Sono piuttosto scettico riguardo alla letteratura italiana contemporanea, ed evidentemente questo romanzo di Claudio Piersanti rientra pienamente nella categoria.

La trama è semplice, direi vagamente francese: Serena, la protagonista, ha diciotto anni e vive in una grande città (mai nominata, io ho pensato di riconoscere Roma da alcune descrizioni) insieme alla zia. Ha perso la madre da piccola, e il padre è sprofondato in una pigrizia maschile fatta di televisione e divano. La vita di Serena non è mai stata facile, avendo subito alcuni interventi di chirurgia estetica alla mandibola.
Nel suo stesso condominio vive il Professore, co-protagonista del racconto. È un tipo strampalato, sulla sessantina. Solitario, quasi misantropo, già docente di scuola superiore ed esperto di filosofia, trascorre giornate ripetitive tra letture impegnate e videogiochi sparatutto.

L…

Ci vorrebbero più laureati

Quante volte abbiamo letto o ascoltato la frase del titolo? Credo innumerevoli, e l'ho appena riletta qui.
Ogni volta che qualcuno mi ripete questa ricetta salvifica, ho la tentazione di replicare in un certo modo. Talvolta soprassiedo, oggi lo metto per iscritto: tra il dire e il fare, c'è di mezzo... la materia prima.

Si dà infatti per scontato che la (supposta) carenza di laureati debba imputarsi del tutto o quasi all'incapacità del sistema universitario di aumentare la produzione. In pratica, l'università prende la materia grezza (cioè gli studenti diplomati) e li sottopone ad un trattamento automatico che sfocia nel diploma di laurea.
Ovviamente non funziona così: se la materia prima risulta inadatta (mi si perdoni la crudezza dei termini), ben difficilmente il processo produttivo finirà bene. Fuori di metafora, come si può laureare chi non vuole o chi, per mille ragioni, non ne ha le capacità?

Qualcuno è sempre pronto, anche ai livelli più alti della politica universitaria, a suggerire la scorciatoia più antica del mondo: se gli studenti faticano a laurearsi, noi dobbiamo abbassare la difficoltà degli esami. Come dire che se pochi individui sono capaci di scalare a mani nude una montagna, la soluzione è abbassare la montagna fino a ridurla a una dolce collina.

Come sempre, in Italia siamo pieni di teorie ma poveri di metodologia: ammesso di aver individuato un problema da risolvere, dove dovrebbe condurre la terapia risolutiva? Perché è facile proporre soluzioni casuali, ben più complesso è l'individuazione di un obiettivo e di una strategia coerente.

Bisogna quindi rispondere a poche domande fondamentali: l'incremento aritmetico del numero dei laureati è veramente lo scopo ultimo? Se lo è, è vantaggioso perseguirlo producendo laureati meno preparati?

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