La valle dell'orco

Ed ecco, finalmente, il primo capitolo della trilogia cimbra di Umberto Matino nuovamente a disposizione del grande pubblico. È stato infatti ripubblicato, con qualche ampliamento all'apparato delle note e al testo, dalla benemerita casa editrice Biblioteca dell'immagine di Pordenone nel mese di febbraio 2016.

Carlo, ingegnere padovano di un certo prestigio, riceve la notizia che il suo caro amico Aldo è stato trovato impiccato ad una trave di casa sua. Poco tempo prima Aldo aveva lasciato definitivamente la città per trasferirsi in un'abitazione di Contrada Brunelli, nelle Prealpi vicentine. Carlo decide di recarsi sul posto, qualcosa lo insospettisce: l'amico era contento della sua nuova vita, e non puoi essersi suicidato senza ragione.

È l'autunno del 1984, i mezzi di comunicazione cui siamo abituati non esistono. Fra i monti perfino la corrente elettrica o la linea telefonica sono spesso un lusso. Carlo impiega poco tempo a fare conoscenza con i pochi abitanti di Contrà Brunelli, una contrada roversa. Sempre in ombra, priva di segnale televisivo e radiofonico, insomma un avamposto del passato in un mondo in pieno cambiamento.
La casa di Aldo è semplice ma pulita, in ordine. Sotto le travi del solaio, Carlo trova il diario dell'amico morto, e la situazione prende immediatamente una piega inquietante: nei mesi precedenti altri due abitanti della contrada erano morti in circostanze sospette, tanto che Aldo aveva iniziato una dilettantesca indagine.

A questo punto l'intreccio narrativo si riempie di piccoli eventi apparentemente poco significativi, che però il lettore dovrebbe tenere presenti fino all'ultima pagina. La storia è di quelle gotico-rurali, dove il male prende l'aspetto di una persona semplice e insospettabile. Il gruppo dei personaggi diventa consistente, e risulta difficile distinguere i buoni dai cattivi. Gli eventi improvvisamente precipitano verso un finale drammatico e senza pietà.

Tutto bene allora? Ecco, no. Il libro è piacevole e intriganti, ma arrivati all'ultima pagina è facile provare un senso di incompiutezza. Al di là dell'abilità dell'autore nel giocare con le atmosfere sospese della grande nevicata del 1985, il lettore si accorge facilmente che troppi personaggi entrano ed escono per il puro scopo di creare confusione. Intere storie parallele vengono create e poi abbandonate, come quella del prete don Barba. Sembra che tutto partecipi all'ingranaggio narrativo, e invece troppi spunti si esauriscono senza utilità.

A me ha ricordato quel vecchio film, La casa dalle finestre che ridono. Solo la sapiente atmosfera, che poi coincide con la maestria dell'autore (sia esso il regista, lo sceneggiatore o lo scrittore) distoglie l'attenzione dalle lacune della trama.
Insomma, il romanzo di Umberto Matino non è, e certamente non desidera essere, un meccanismo perfetto dove ogni cosa prende il suo posto e compone un puzzle logico. Qui stiamo parlando di un villaggio sperduto fra le montagne, dove per forza di cose non possono esistere intrecci raffinati. Se una ragione esiste per le morti che si abbattono su contrada Brunelli, quella ragione è la brutalità dell'ignoranza.

Umberto Matino resta, a pieno diritto, uno degli scrittori che reputo più interessanti nel panorama della narrativa di montagna. E questo libro merita di essere letto, pur nella sua imperfezione narrativa.

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