La linea della fortuna

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Succede talvolta, ma non spesso, che i romanzi di Georges Simenon siano narrati in prima persona. Questo artificio restituisce un’immagine più personale, quasi intima, della trama; al contempo, però, l’impressione di finzione ne è aumentata.

Il protagonista di questo romanzo del 1961, pubblicato da Mondadori nel marzo dello stesso anno e mai più proposto al pubblico da Adelphi, è Steve Adams.
Già il nome, inglese, stupisce i lettori affezionati del prolifico scrittore Belga. Non dobbiamo dimenticare che nel 1961 Simenon aveva già quasi sessant’anni, e la sua carriera letteraria si avviava verso la conclusione.
Steve Adams, dicevamo, ci racconta la sua esistenza con un tono che diremmo da diario intimo. Anzi, per l’esattezza, più volte leggiamo che alcuni fatti non possono essere raccontati per non violare la riservatezza di questa o quella persona. Nel tempo presente del romanzo, Steve ha quarantanove anni e, scopriremo solo alla fine, gestisce un negozio di antichità nel sonnolento Midi.

Steve è figlio di un impiegato della compagnia di navigazione Cunard e di una donna francese proveniente da una classe sociale piuttosto umile. Mentre il padre è impegnato nei suoi viaggi attraverso l’oceano, Steve cresce nella casa della madre, insieme alle zie e ai nonni. È un bambino silenzioso, apparentemente apatico. Talvolta assomiglia, diremmo, ad un soprammobile di porcellana.
E così trascorrono i primi anni della sua esistenza, fra piccole quotidianità della vita di campagna. Il suicidio, inatteso, del nonno e patriarca disperde il nucleo famigliare, e Steve è internato in un liceo piuttosto severo.

Non se la cava male con gli studi, ma un animo irrequieto gli impedisce di ottenere il diploma. Nel frattempo la madre è diventata governante nella casa sontuosa di un rampollo dell’élite francese: scapolo e orfano di madre, l’uomo cerca più compagnia che altro. La madre di Steve se ne approfitta e cerca di inserire il figlio nella vita del suo datore di lavoro, nella chiara speranza di dargli un futuro da benestante. Alla morte dell’uomo, la madre del protagonista intenta una estenuante causa contro i legittimi eredi, fino ad ottenere un lascito sufficiente per una vecchiaia tranquilla.

Il giovane invece cerca altro, desidera un futuro indipendente; abbandona la scuola e si trasferisce, ovviamente, a Parigi. Qui conduce una vita che oggi forse definiremmo sregolata e randagia: camere in sordidi hotel, piccoli lavoretti irregolari per tirare avanti, donne a pagamento per lo stretto necessario. Finalmente trova lavoro come cameriere in un ristorante, ma la routine lo logora: si trasferisce in una ditta di articoli di cancelleria, allo stesso stipendio ma senza mance.

Un bel giorno, o più precisamente una bella notte, mentre è seduto in un bar alle Halles, un tipo losco lo abborda e gli offre un lavoro. Sarà l’occasione di fare il grande salto nell’ambiente della criminalità, come collaboratore di un ladro di gioielli. Steve deve seguire le probabili vittime: donne ricche, sole, che trascorrono lunghi periodi negli alberghi della Costa Azzurra. Raccoglie le informazioni essenziali affinché il suo capo possa entrare in azione e derubare le donne dei loro ori e diamanti.

L’avventura dura qualche anno, finché la polizia fiuta il gioco e induce il boss alla fuga all’estero. Steve ne esce pulito, si concede un lungo periodo di riposo con i proventi dei furti, si inventa una professione nelle relazioni pubbliche e sposa una brava ragazza.
Ma l’irrequietezza che ha segnato tutto il suo passato torna ad emergere: fugge di casa e si trasferisce a Sud, in un paese assolato e riservato.
La moglie lo rintraccia e gli intenta causa, cercando di farlo dichiarare irresponsabile. Ed è solo allora che Steve Adams, dopo tanti anni di ribellione e anticonformismo, comprende di essere finito come la madre: lo stesso sforzo di riscatto sociale, e la stessa sorte in un’aula di tribunale.

Romanzo difficile da inquadrare, La linea della fortuna è la vicenda di una infinita fuga da se stessi. Simenon, che in quel periodo aveva già affrontato molte traversie personali, ritorna su un tema frequente nella sua vasta produzione: quello del passaggio da una classe sociale inferiore a quella superiore, che in fondo è stato la sua stessa storia.
Nelle piccole allusioni ai particolari umani (i capelli disordinati, gli abiti semplici, il degrado fisico) si cela forse quella paura di essere inadatti che Simenon ha dimostrato costantemente nei suoi comportamenti.

Complessivamente non uno dei migliori romanzi duri.

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