Il fondo della bottiglia (recensione)

Alcuni anni fa ho saccheggiato la bancarella virtuale di eBay alla ricerca di vecchie edizioni del mio scrittore preferito, Georges Simenon. Fra gli altri, ho trovato anche Il fondo della bottiglia, che però non ho mai letto. Le edizioni Mondadori sono spesso rare e golose per i collezionisti, ma le traduzioni risentono della lingua pre-bellica.

Ristampato quest'anno da Adelphi, il romanzo è talvolta descritto come uno dei più duri tra i romans durs dello scrittore belga. Appartiene al ciclo americano, e risente pesantemente di una vicenda autobiografica: il difficile e tragico rapporto con il fratello Christian, prediletto dall'amata madre. Prediletto nonostante la vita disordinata e infelice, così lontana dall'opulenza e dagli eccessi di quella di Georges. Christian muore nella Legione Straniera, dopo essersi macchiato di un gravissimo episodio di collaborazionismo con le SS.

Il protagonista della storia, P.M., vive a Nogales, sul confine degli Stati Uniti con il Messico. Ha umili origini, ma con fatica e dedizione è riuscito ad avere successo: vive con la moglie in una valle residenziale (per noi italiani è una definizione curiosa, ma nel West del 1950 esistevano intere valli dove i farmers vivevano lontani da tutto, in una comunità autoreferenziale), che le piogge stagionali isolano dal resto della regione per svariati giorni. All'improvviso, il fratello di P.M. arriva al ranch. È in fuga dal carcere, per aver tentato di uccidere un poliziotto. Chiede al fratello di fargli passare il confine, giacché moglie e figli lo aspettano in Messico.

Inizia così un racconto spesso grottesco, fatto di menzogne e di ubriacature di gruppo, in un'atmosfera di decadenza e disfacimento anche morale. Il fiume è in piena, guadarlo per raggiungere la salvezza è impossibile: P.M. introduce il fratello nella società dei suoi simili, dove trova una sorprendente accoglienza. Quando la verità emerge, parte una caccia all'uomo più evocata che narrata, alla ricerca di un riscatto forse impossibile.

L'aspetto più interessante del romanzo è sicuramente il confronto tra Bene e Male, tra Giusto e Sbagliato. Possiamo dire che P.M. è il Bene, con la sua famiglia borghese e i suoi soldi? E che il fratello violento e alcolizzato è il Male? Nemmeno P.M. ci crede davvero, come non ci crede Simenon: quando cadono le maschere dell'apparenza, che cosa resta?

Ecco, raramente come in questa occasione ho terminato un romanzo di Simenon con un senso di profondo fastidio. Siamo tanto assuefatti alla morale holliwoodiana che da ogni trama ambientata negli Stati Uniti ci aspettiamo la vittoria dell'ordine, delle regole, della Legge. Dentro di me una voce ripeteva "Forza P.M., chiama lo sceriffo e consegna tuo fratello alla giustizia!"
Naturalmente la storia non finisce così, sarebbe troppo scontato. Ma, ecco, siamo sicuri che il finale dell'autore sia meno scontato?

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