Io resto qui (recensione)

Grande successo di pubblico per l'ultimo libro di Marco Balzano, uscito all'inizio dell'anno per Einaudi. Attraverso le parole di una giovane donna di Curion, l'autore racconta le vicissitudini che hanno condotto alla costruzione della diga che ha sommerso il piccolo paese dell'Alto Adige, lasciando il famoso campanile che migliaia di turisti visitano ogni anno.
Dall'inizio del Novecento, passando per l'avvento del fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, l'armistizio e il primo dopoguerra, la voce narrante descrive il travaglio degli abitanti in perenne lotta contro la minaccia dell'emigrazione forzata.

Ma il progetto della diga della Montecatini, foriera di progresso e inimmaginabili meraviglie, è solo il pretesto per parlare di un secolo breve, in cui la periodicità della Storia sembra aver ceduto il passo al caos e all'imprevedibilità. Dopo secoli di vita sempre uguale, tra pascoli e agricoltura, il Progresso bussa alla porta dei masi dolomitici di Curion, scuotendo le mura e gli animi degli abitanti.

Poi arriva l'età dei totalitarismi, che nell'Alto Adige ha avuto la doppia declinazione del fascismo italiano e del nazismo tedesco: quando la carta di identità è italiana ma la lingua e la cultura sono tedesche, diventa difficile scegliere da che parte stare. Perché non è vero che tutti i totalitarismi si equivalgono, soprattutto se in ballo c'è la condanna alla diaspora o al confino.

Le vicissitudini della protagonista sono segnate dalla perdita (diremmo forse dal rapimento, secondo il codice penale attuale, ma tant'è) della figlia ancora piccola, portata in Germania dagli zii di città nei tristi giorni in cui Curion doveva decidere se essere hitleriano o mussoliniano. Il senso della perdita e forse il rimorso per non aver saputo prevedere le intenzioni dei parenti marcano a sangue la vita della giovane donna, che mai più rivedrà la figlia perduta.

Che cosa c'è in questo romanzo? Dopo aver voltato l'ultima pagina, rispondere non è semplice. Sembra che ci sia tanto, ma forse non è davvero così. Che cosa è, quanto vale la vita di un essere umano? Perché fuggire sulle montagne, uccidere i soldati che tentano, a loro volta, di ucciderti, ritornare e ricostruire, se poi deve arrivare l'acqua della diga a cancellare tutto? Ecco, la cifra di questo bel libro è, a mio giudizio, nella capacità di porre questa domanda essenziale: se la vita è precaria per definizione, quanto importa lottare quotidianamente?

Il marito della protagonista, Erich, chede un'intercessione ai politici di Roma, al vescovo di Bressanone, al Papa Pio XII, affinché la costruzione della diga sia fermata. Non servirà, perché talvolta la favola di Davide e Golia è soltanto una utopia per gli ingenui. Eppure Erich lotta, non si ferma, e se ne va nel sonno quando il destino si è già fatto realtà. Non per un attacco di cuore, dice la protagonista, ma per la stanchezza di aver speso una vita inutilmente. Come sempre, le donne riescono a fronteggiare le durezze dell'esistenza in modo meno totalizzante.

Marco Balzano è uno scrittore di qualità, e ci offre un saggio filosofico mascherato da racconto di montagna. L'unica, piccola stonatura è forse la lentezza poco coinvolgente delle prime pagine. Bisogna superare questo ostacolo, ma poi le parole scorrono veloci e piacevoli.

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