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La forza di gravità

Ecco, questo è un.libro che non avrei mai letto, se non fossi andato casualmente nella biblioteca comunale della mia città. Sono piuttosto scettico riguardo alla letteratura italiana contemporanea, ed evidentemente questo romanzo di Claudio Piersanti rientra pienamente nella categoria.

La trama è semplice, direi vagamente francese: Serena, la protagonista, ha diciotto anni e vive in una grande città (mai nominata, io ho pensato di riconoscere Roma da alcune descrizioni) insieme alla zia. Ha perso la madre da piccola, e il padre è sprofondato in una pigrizia maschile fatta di televisione e divano. La vita di Serena non è mai stata facile, avendo subito alcuni interventi di chirurgia estetica alla mandibola.
Nel suo stesso condominio vive il Professore, co-protagonista del racconto. È un tipo strampalato, sulla sessantina. Solitario, quasi misantropo, già docente di scuola superiore ed esperto di filosofia, trascorre giornate ripetitive tra letture impegnate e videogiochi sparatutto.

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Perché tornare? O delle amorose ferite

Già, perché tornare? Vale per tutti i viaggi, e dunque anche per le vacanze. Il pretesto è che sono appena rientrato dal mare, ma la riflessione è più profonda. Il fatto è che odio viaggiare, per l'ansia di partire e la malinconia di tornare a casa. D'accordo, lo ammetto: spesso ci si mettono anche i sentimenti. Nei viaggi, per svago o per lavoro, capita di conoscere persone nuove, o anche persone vecchie che improvvisamente diventano diverse.
Questa volta sono stato benissimo, il borgo di Varigotti è splendido ed accogliente. Il tempo è stato piacevolmente mite, e ho potuto prendere una sfumatura mediterranea senza bruciarmi. Ma la fregatura è sempre in agguato: ho notato subito un istintivo interesse per una graziosa fanciulla. Quando comincio a pensare ad una ragazza, finisce puntualmente con giorni di tristezza e rimpianti; e allora non esistono medicine, bisogna lasciar fare al tempo.
Sto parlando di una cameriera dell'albergo dove soggiornavo. Capisco che sembri vagamente squallido, ma non è così; si tratta di una ragazza timida e quasi invisibile, che difficilmente concede più parole di quelle imposte dal protocollo professionale. Dovrei essere abituato a queste infatuazioni platoniche, potrei scriverci un manuale scientifico; ma oggi sto proprio male, e non vedo l'ora che passi.
Perché io ero quasi riuscito a convincermi che pensavo a lei per non annoiarmi, e quella buffa uniforme che la trasformava in un figurino ottocentesco con camicetta di raso nero e grembiulino para-schizzi erano un valido incentivo a liquidare la faccenda con un sorriso. Ma il destino è cattivo fino in fondo: venerdì sera, mentre un maestro della pittura gestuale (o come diavolo si chiama) menava fendenti con il pennello per la gioia dei turisti plaudenti, me la sono trovata a pochi metri. Senza grembiulino e con una canottiera colorata e i pantaloni di tela, non riuscivo più a prestare attenzione alla pantomima artistica. Era in piedi, da sola in mezzo alla folla (è una figura retorica, l'avete capita?) e fissava rapita il quadro che prendeva forma: mancava solo l'angioletto con l'arco e le frecce...
Sabato mattina, dopo l'ultima colazione (che dolce, ormai conosceva a memoria i miei gusti, oltre ovviamente a quelli di tutti gli altri ospiti...) il metaforico colpo di grazia è stato lo scambio di poche chiacchiere innocenti: in due minuti ho toccato con mano la voglia di bruciare il biglietto del treno e restare lì per sempre (o molto a lungo, almeno).
Sono tutte sciocchezze, è chiaro: probabilmente lei è fidanzata con un tiratore scelto dei marines, e comunque mi avrà giudicato imbranato e penoso mentre mettevo insieme in monosillabi per cercare di conversare con lei. Penso che fra una settimana riderò di queste parole, perché succede quasi sempre; ma ora mi sembra ingiusto che lei sia laggiù ed io a casa, e ingiusto il fatto che i suoi occhi celesti non saranno più i primi che incontrerò al mattino, mentre faccio colazione davanti al mare di Varigotti.
Chissà, forse un giorno la rivedrò.

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