Psicopatologia di un blog

È quasi ferragosto, quindi corre l'obbligo di essere educati e di augurare a tutti di trascorrere in pace e serenità questa festa.

 

Oggi vorrei commentare un banale fatto che mi è capitato di recente; tranquilli, non parlerò di ragazze angeliche e di malinconie estive, sebbene l'argomento non possa dirsi del tutto estraneo. Come saprete - e se non lo sapete, vi conviene informarvi - è arrivata l'ennesima (ma forse dovrei dire (n+1)-esima, visto l'andazzo) stangata economica decisa dal governo su mandato della mafia europea conosciuta con l'acronimo BCE. Per il solito incrocio di provvedimenti, ho risposto in una mailing list ad un invito alla mobilitazione accademica contro l'impoverimento delle risorse. Essendo il 13 di agosto, e addirittura sabato, ho risposto con il mio iPhone. La mia risposta riportava il calce il link al mio sito privato, sicché tutta la mailing list ha avuto accesso anche a questo blog. Un collega mi ha fatto notare che può apparire curioso leggere l'evoluzione delle bolle ai piedi del sottoscritto mentre si discute di possibili proteste contro i tagli ai finanziamenti. Devo ammettere che ha molte ragioni, eppure non è strettamente di questo, che intendo discettare.

Ok, la faccio breve: questo insignificante episodio (chi non scrive sciocchezze su Facebook, o su un proprio sito internet?) mi ha fatto pensare alla leggerezza con cui sbandieriamo ai quattro venti le nostre emozioni e i nostri pensieri. Non per vantarmi, ma premetto che, quando pubblico su questo blog, ho già valutato i pro e i contro della pubblicità (nel senso etimologico di "rendere pubblico").

Non fatico ad ammettere che, se ho dichiarato a tutti i lettori che in questo periodo mi manca una certa ragazza, l'ho fatto esattamente perché sentivo il desiderio che questo accadesse. Insomma, so quello che scrivo e so quello che non voglio scrivere. Eppure, in alcune occasioni è difficile ricordare che un scrivere su un blog è come scrivere sui muri della stazione degli autobus: ha un fascino perverso che ci annebbia le idee, e occorre molta ragionevolezza per evitare ripercussioni. Sì, perché non possiamo sapere che i lettori delle nostre "confidenze" saranno amici e conoscenti; potrebbero essere passanti sconosciuti che rimbalzano sul nostro sito solo per puro caso. Chiunque navighi in rete sa che leggere i blog è quasi come guardare nelle finestre di fronte; in un bellissimo romanzo di Georges Simenon, una donna vive la vita dei suoi dirimpettai con un misto di vergogna e di morbosa eccitazione. Certo, la parola scritta è più asettica ed innocente (apparentemente) di uno sguardo rubato attraverso le imposte lasciate aperte. Tuttavia c'è sempre la curiosità di leggere qualcosa di privato, che altrimenti non potremmo apprendere.

 

Nella mia esperienza personale, e parlando sempre di persone adulte e dotate di intelligenza nella media e oneste intenzioni, la favola dell'indignazione contro la violazione della nostra privacy è, appunto, una favola. Solo un bambino, o un adulto poco sviluppato, può illudersi che una pagina web sia personale quanto una pagina del diario che teniamo chiuso a chiave nel primo cassetto della scrivania. Se scriviamo nel nostro sito che il capufficio è un imbecille, con quale intelligenza possiamo sostenere che era solo un pensiero coperto dal diritto alla riservatezza? Forse dovremmo ammettere che la popolarità dei blog e di Facebook risiede esattamente nel piacere sottile che il rischio regala: è lo stesso meccanismo dei film horror o dei libri noir e thriller, la paura ci attira.

 

Per ultima, c'è la componente esibizionistica. Non mi riferisco al reato contro la morale (laica e/o religiosa), ma a quella pulsione che - penso - tutti noi sentiamo a salire sul palcoscenico. Io, che sono molto timido e spreco intere settimane per trovare la forza di offrire un gelato ad una fanciulla e tendo a scappare dai luoghi caotici, fin dai primi anni del dottorato ho notato di amare l'adrenalina del seminario. Mi è sempre piaciuto parlare in pubblico, e non ho (grandi) problemi ad insegnare in un'aula di duecento studenti. Mi vien fatto di azzardare un paragone: un blog o una nota di Facebook sono per l'autore un piccolo palcoscenico dal quale raccontare una storia. Certo, mette un po' di tristezza l'immagine di un mondo fatto di attori che declamano senza spettatori; sembra quasi un gigantesco ospedale psichiatrico per la cura delle carenze affettive. Ma non vorrei cedere al mio solito cinismo cattivo, che mi spinge a vedere l'umanità piū brutta di quello che è davvero.

 

Una raccomandazione comunque voglio lasciarvela: mai, mai, e poi mai, prendersi gioco  su internet di una persona cui volete bene. A voi potrebbe sembrare spiritoso (o forse un modo per dire a tutti che quella persona non vi è indifferente), ma tipicamente state andando a cento all'ora verso un litigio definitivo.

 

Ancora buon Ferragosto a tutti.

Commenti

  1. Intanto buon ferragosto!

    Per la privacy, io ho questa strategia: ci sono varie strade che portano al mio blog, ma sono tutte a senso unico: dal blog non è possibile risalire ad un nome ed un cognome, né mio, né delle persone che conosco. Per ora ha funzionato.

    Quello che ho guadagnato, a scrivere sul mio blogghino, è di fissare meglio i ricordi, oltre a un po', ovviamente, di psicoterapia di gruppo a buon mercato, che alla fine fa sempre bene ;)

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  2. Quindi tu vuoi davvero tutelare la tua privacy, giusto? Mah, secondo me non tutti abbiamo veramente questo scopo, come scrivevo...

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