De senectute

Io abito davanti alla casa di riposo per anziani di Cantù. Bella roba, direte voi. Questa insignificante premessa è utile per introdurre il post odierno, che si inserisce nel filone intimistico-depressivo.


Mentre ero a casa ad annoiarmi, attorno a Ferragosto, mi sono spesso affacciato al balcone per guardare le attività nel cortile del suddetto ospizio. Fra parentesi, "ospizio" è una parola tabù, ma garantisco per esperienza famigliare che quello di Cantù è a tutti gli effetti un ospizio per vecchi. Comunque, dicevo, ho osservato i parenti in visita, e gli anziani che trascorrevano lunghe ore ad ascoltare i discorsi, quasi sempre di pura circostanza. Non è stata una sorpresa, ma faceva effetto notare le espressioni di noia e di imbarazzo dei nipoti più giovani; immagino che non trovassero molto divertente un pomeriggio trascorso davanti alla sedia a rotelle di un nonno o di una nonna.


Tutto normale, per carità. Mia nonna ha passato gli ultimi anni della sua (lunga) vita nello stesso ricovero, e in condizioni mentali pessime. Anch'io ero molto imbarazzato quando la andavo a trovare, da tempo non mi riconosceva più e questo era una difficoltà oggettiva. Probabilmente però c'è una ragione ulteriore, subdola e inconfessabile, che rende le visite ai nostri vecchi tanto penose: sappiamo che, nella migliore delle ipotesi, toccherà anche a noi. Certo, esiste la possibilità di finire al ricovero senza ricevere visite o di morire giovani, ma non mi sembra una gran consolazione.


Già, perché il punto è sempre quello, la finitezza della vita. Oggi siamo (relativamente) giovani e in forma, ma domani potremmo aver bisogno di aiuto. È una prospettiva terrorizzante, che ci spinge a fare i conti con il nostro passato e con le prospettive del futuro. Solitamente questi bilanci sfociano nel sentimento che le signorine dell'ottocento chiamavanno morbosità, e allora diventano inutili. Eppure, arrivati al dantesco mezzo del cammin di nostra vita, le speranze cominciano a pesare quanto le esperienze.


Nel caldo infernale della Brianza agostana, ho fatto il malinconico esercizio, e naturalmente ho scoperto di non essere particolarmente felice e soddisfatto. A vent'anni comunque avevo sogni e aspettative che si sono lentamente miscelati alla realtà, e ho sbagliato a voler crescere in fretta. Sono stato un adolescente decisamente responsabile e maturo, amavo lo studio e gli amici, pochi ma buoni. Guardavo le ragazze e i buoni film, ma non ho mai fatto pazzie. L'amore per la scienza, e per la matematica specialmente, mi davano illusioni di un futuro appagante, leggevo le biografie dei matematici e volevo essere il più possibile simile a loro.


Ora, dopo una laurea, un dottorato (di quelli seri, per fortuna), un bel po' di gavetta e un posto da ricercatore confermato, che cosa è rimasto? Poche illusioni e troppo crudo realismo: non sarò mai un matematico famoso, e questo posso accettarlo senza rimpianti. Faccio il mio lavoro al meglio, e non sono certo un genio. Eppure, quello che manca sono le aspettative. Se tutto andrà bene, resterò ricercatore a vita, modesto sgobbone senza particolari meriti; troppo vecchio per cercare fortuna all'estero, troppo timido e indeciso per fuggire a trent'anni, navigo a vista fra i marosi di un Paese che premia gli arroganti e punisce le brave persone.


Nella prima bozza di questo post avevo inserito un paragrafo anche sul risvolto personale della mia vita. Ho deciso di tagliarlo, non mi piaceva il tono e sono troppo volubile per credere che i miei sentimenti di oggi saranno quelli di domani. Se siete curiosi... peggio per voi!

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