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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

De senectute

Io abito davanti alla casa di riposo per anziani di Cantù. Bella roba, direte voi. Questa insignificante premessa è utile per introdurre il post odierno, che si inserisce nel filone intimistico-depressivo.


Mentre ero a casa ad annoiarmi, attorno a Ferragosto, mi sono spesso affacciato al balcone per guardare le attività nel cortile del suddetto ospizio. Fra parentesi, "ospizio" è una parola tabù, ma garantisco per esperienza famigliare che quello di Cantù è a tutti gli effetti un ospizio per vecchi. Comunque, dicevo, ho osservato i parenti in visita, e gli anziani che trascorrevano lunghe ore ad ascoltare i discorsi, quasi sempre di pura circostanza. Non è stata una sorpresa, ma faceva effetto notare le espressioni di noia e di imbarazzo dei nipoti più giovani; immagino che non trovassero molto divertente un pomeriggio trascorso davanti alla sedia a rotelle di un nonno o di una nonna.


Tutto normale, per carità. Mia nonna ha passato gli ultimi anni della sua (lunga) vita nello stesso ricovero, e in condizioni mentali pessime. Anch'io ero molto imbarazzato quando la andavo a trovare, da tempo non mi riconosceva più e questo era una difficoltà oggettiva. Probabilmente però c'è una ragione ulteriore, subdola e inconfessabile, che rende le visite ai nostri vecchi tanto penose: sappiamo che, nella migliore delle ipotesi, toccherà anche a noi. Certo, esiste la possibilità di finire al ricovero senza ricevere visite o di morire giovani, ma non mi sembra una gran consolazione.


Già, perché il punto è sempre quello, la finitezza della vita. Oggi siamo (relativamente) giovani e in forma, ma domani potremmo aver bisogno di aiuto. È una prospettiva terrorizzante, che ci spinge a fare i conti con il nostro passato e con le prospettive del futuro. Solitamente questi bilanci sfociano nel sentimento che le signorine dell'ottocento chiamavanno morbosità, e allora diventano inutili. Eppure, arrivati al dantesco mezzo del cammin di nostra vita, le speranze cominciano a pesare quanto le esperienze.


Nel caldo infernale della Brianza agostana, ho fatto il malinconico esercizio, e naturalmente ho scoperto di non essere particolarmente felice e soddisfatto. A vent'anni comunque avevo sogni e aspettative che si sono lentamente miscelati alla realtà, e ho sbagliato a voler crescere in fretta. Sono stato un adolescente decisamente responsabile e maturo, amavo lo studio e gli amici, pochi ma buoni. Guardavo le ragazze e i buoni film, ma non ho mai fatto pazzie. L'amore per la scienza, e per la matematica specialmente, mi davano illusioni di un futuro appagante, leggevo le biografie dei matematici e volevo essere il più possibile simile a loro.


Ora, dopo una laurea, un dottorato (di quelli seri, per fortuna), un bel po' di gavetta e un posto da ricercatore confermato, che cosa è rimasto? Poche illusioni e troppo crudo realismo: non sarò mai un matematico famoso, e questo posso accettarlo senza rimpianti. Faccio il mio lavoro al meglio, e non sono certo un genio. Eppure, quello che manca sono le aspettative. Se tutto andrà bene, resterò ricercatore a vita, modesto sgobbone senza particolari meriti; troppo vecchio per cercare fortuna all'estero, troppo timido e indeciso per fuggire a trent'anni, navigo a vista fra i marosi di un Paese che premia gli arroganti e punisce le brave persone.


Nella prima bozza di questo post avevo inserito un paragrafo anche sul risvolto personale della mia vita. Ho deciso di tagliarlo, non mi piaceva il tono e sono troppo volubile per credere che i miei sentimenti di oggi saranno quelli di domani. Se siete curiosi... peggio per voi!

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