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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

La matematica rende nervosi

Dopo due giorni di spremitura di meningi, sono arrivato alla conclusione che non sono proprio stupido, se mi impegno. Il fatto è, però, che fare matematica mi rende particolarmente irritabile.

Non so se sia normale, ma per me è sempre stato così: quando lavoro ad un problema, che sia qualcosa attinente alla ricerca o un semplice esercizio difficile trovato su un libro, i miei nervi si tendono allo spasimo. Quando ero studente, ho trattato molto male mia mamma, che non si rendeva conto di rompere (!) la mia concentrazione con qualche domanda di vita quotidiana ("Ma lo sai che quella tua compagna di classe ha avuto un bambino?", "La patate le preferisci in padella o stufate?", ecc.) Sembrava che io stessi leggendo un libro e facendo disegni annoiati sul foglio, e invece ero pronto a uccidere pur di trovare la soluzione del mio dilemma. Ok, non avrei letteralmente ucciso, è solo un modo di dire.

Con gli estranei, meno propensi a sopportare una reazione apparentemente inspiegabile, cerco di trattenermi, ma la tentazione di esplodere è forte.  E pazienza, commenterete voi, basta allenarsi e contare fino a dieci.
Già, ma non è sempre così facile. Più di una volta ho attraversato periodi di auto-censura professionale per non guastarmi l'umore; ad esempio, prima di partire per le vacanze mi imponevo di non fare matematica "difficile", perché non avrei sopportato di sprecare i giorni di ferie con la mente satura di calcoli. Addirittura rifuggivo la matematica se dovevo giocare a basket dopo cena, perché mi avrebbe tolto la concentrazione sulla partita. Lo so che per molti sono fisime, ma ho anche conosciuto una persona laureata in matematica, piuttosto dotata, che ha cambiato mestiere per scappare dai fantasmi che turbano i matematici, cioè i problemi complicati. Mi raccontava questa persona che non riusciva più ad alternare giornate di noia a giornate di concentrazione furiosa, che sottraeva ore alla vita sociale e perfino al riposo notturno. Questa persona ha scelto una professione regolare, di quelle con il cartellino e il weekend libero da impegni; mi è capitato di provare invidia, ma non ho mai ceduto.

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