Alpinismo eroico

Questo libro, che io vorrei dare in mano agli innamorati della montagna ed a quelli che vorrei si innamorassero di essa deve contenere un ammaestramento principale: la persuasione che in Montagna, e sulle rocce in particolare, si deve andare per provar sensazioni belle e sane, e cioè per vivere e non per morire.
Queste parole dell'alpinista triestino Emilio Comici hanno un innegabile senso beffardo, se pensiamo alla sua prematura morte causata da un cordino difettoso. Alpinismo eroico è stato pubblicato per la prima volta nel 1942, raccogliendo il materiale inedito costituito dai diari e dalle relazioni di scalate e di conferenze. Il testo è palesemente disomogeneo, spesso ripetitivo, appesantito dalla retorica dell'epoca fascista.

Nato a Trieste nel 1901 e inizialmente dedito alle esplorazioni delle cavità carsiche della sua zona, Comici si converte molto presto all'alpinismo più ardimentoso. Nella sua breve vita, nemmeno quarant'anni, ha aperto innumerevoli vie su pareti considerate inattaccabili. Le fotografie che lo ritraggono durante le scalate rendono bene l'idea delle difficoltà straordinarie delle sue ascensioni. La prima parte del libro raccoglie alcuni resoconti di celebri arrampicate sulle Dolomiti, senza mai indulgere al tecnicismo fine a se stesso.
La seconda parte offre al lettore qualche testo di conferenza e, soprattutto, le poche pagine con cui Comici intendeva aprire un suo manuale di alpinismo. Sono pagine che oggi, dopo più di settant'anni dalla tragica fine, conservano un significato esclusivamente storico: troppi sono i progressi della tecnica, e troppo ingenue le convinzioni dell'uomo, convinto che gli scalatori debbano avere gli occhi chiari per non soffrire di vertigini.
Chiude il volume un breve ricordo di quell'ultimo fatale sabato del 1940, nelle parole del testimone e amico Tommaso Giorgi.

Come accennato, il valore di questo libro sta tutto nei cenni sfuggenti che l'alpinista triestino inseriva con modestia, quasi in punta di piedi. Ne esce l'immagine di un uomo famoso e celebrato, ma complessivamente riservato e forse triste. Una figura romantica di un'epoca che non esiste più.

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