La matematica di un autore radiofonico

In questi giorni, le bacheche Facebook dei matematici italiani sono state popolate da vari rimandi ad un editoriale di Enrico Vaime sulle dolorose memorie dello studio della matematica. Trascrivo dalla pagina http://maddmaths.simai.eu/comunicare/rassegna-stampa/radio/caro-vaime/ :
I polinomi, ve li ricordate? Molti di voi le avranno studiati alle scuole medie. A che servivano oltre a farci disperare? E le frazioni? Quanti di noi nella vita hanno ancora incontrato queste cabale aritmetiche che ho sempre pensato che ci siano state proposte per misurare la nostra pazienza giovanile. E i logaritmi? Quante volte nella quotidianità abbiamo incontrato quelle trappole e le abbiamo grazie agli insegnamenti scolastici, evitate o risolte? Io mai. Matematica e fisica, e qui chiedo scusa a quanti hanno seguito con interesse questi argomenti che hanno cordogliato la mia prima giovinezza, erano per me, e lo ricordo bene, per molti altri anche, delle sfide mnemoniche dalle quali si doveva uscire illesi se possibile. Quanto ho detestato le materie scientifiche! Potrei parlarvene per ore. I numeri non mi suggerivano niente, rappresentavano un dovere per obbedire al quale, si doveva rinunciare alla fantasia, ma attenersi a delle regole che non ammettevano deroghe e umiliavano ogni creatività. Le scienze esatte erano nemiche della nostra possibile inventiva, indiscutibili e quindi noiose, oppressive, trasformavano anche esteriormente chi riusciva a praticare questo settore dello scibile umano, il meno affascinante a mio parere, dove la creatività era inutile, anzi nociva, l’inventiva un pericolo. Non c’era niente da inventare, ma solo da applicare cabale per risolvere problemi immaginari. Il tentativo di ingentilire il settore scientifico della nostra educazione scolare era scarso e insufficiente per superare l’aridità del settore. Qualcuno poveraccio ogni tanto cercava di sdrammatizzare se non alleggerire le formule di nessun fascino delle quali ho parlato. Ricordo un tentativo di alleggerimento settoriale diceva “il volume della sfera qual è? 4/3pigrecoerre3” mi pare. Era questo goffo ritornello il massimo della disinvoltura settoriale per dare a una cabala cupa una sua spigliatezza. Quanto ho detestato le materie scientifiche, non saprei raccontarlo, senza venir preso, a distanza di tanti anni, da un accesso di antipatia! Erano un incubo quelle formule così lontane da ogni fantasia creativa. Certe notti sognavo delle grandi lavagne piene di cifre ed io con uno straccio cancellavo ogni traccia che avesse a che fare con i numeri e con l’aritmetica.
Ora, andando oltre l'immediato effetto sarcastico che sicuramente il discorso ha prodotto negli ascoltatori comuni, cioè non professionisti della scienza, vorrei aggiungere qualche considerazione. Va da sé che tanti docenti e scienziati hanno approfittato dell'assist di Vaime per scrivere brevi pamphlet colmi di indignazione, e ci sta. D'altra parte, io stesso ho disdegnato lo studio della biologia e della chimica, perché proprio non le potevo sopportare. So che non dovrei dirlo, dovrei (ipocritamente) scrivere che ogni materia è stupenda e fondamentale per tutti gli esseri umani. Però ho vissuto con sollievo la fine del liceo, con l'obbligo di leggere manuali di chimica e biologia.

Che cosa ha detto Vaime? Ha semplicemente detto quello che milioni di persone pensano, in tutto il mondo. Statisticamente parlando, temo che la matematica sia la materia d'insegnamento più odiata, probabilmente perché richiede una dedizione e un rigore (ah, il rigore matematico!) che non stimolano l'immaginazione dei giovani studenti medi. A quell'età si è affascinati dal tentativo di rovesciare gli schemi, di disegnare curvo ciò che è dritto e di inventare aggettivi nuovi per descrivere ciò che tutti conosciamo. Insomma, l'arte.

Anche la matematica è un'arte, ma a modo suo. La fantasia ha diritto di cittadinanza, ma non la mera ribellione. Se aderiamo ad un sistema assiomatico, non possiamo applicarne le regole secondo l'umore. Un matematico non può, nel mezzo di una dimostrazione, decidere che $(a+b)^2 = a^2+b^2$, se fino a quel momento il sistema numerico prevede che $(a+b)^2=a^2+2ab+b^2$. Se lo fa, commette un grave errore. Se uno scrittore decide di inventare l'aggettivo petaloso (trade mark) all'interno di un saggio, le conseguenze tendenzialmente saranno minime o nulle. In breve: la fantasia e la creatività servono alla matematica, ma con coerenza.

E poi, siamo sinceri: alzi la mano chi, nel ruolo di insegnante di matematica, non ha propinato la solita ramanzina ai suoi studenti? Quella per la quale "la matematica serve a tutti, è nei vostri cellulari, nei vostri scooter, ecc. ecc. ecc." Immagino che abbiamo provato tutti ad appassionare i nostri studenti con questo slogan. Ma ci siamo riusciti? Ehm, stendiamo un velo pietoso.

Perché non funziona, così come non funzionò per Vaime? Perché basta uscire dai nostri uffici in università per vedere che tutti usano uno smartphone o uno scooter, anche senza sapere la formula del volume della sfera o quella per risolvere un'equazione di secondo grado. E meno male, aggiungo io! Altrimenti il progresso scientifico sarebbe appannaggio di un'infima minoranza, con tutto quello che ne conseguirebbe. Un ventenne sa bene che le conseguenze dell'ignoranza della matematica saranno sopportabili al fine di condurre una vita comunque soddisfacente. Io non ricordo un ben niente di chimica inorganica, eppure non passo le mie ore a rammaricarmene. Così va il mondo, bellezza, e tu non puoi farci niente.

Azzardo un'ipotesi priva di qualunque competenza: se i migliori studenti di matematica sono spesso gli orientali, che crescono in culture molto rigide e piene di convenzioni da accettare senza discussioni, forse non è del tutto casuale. Gli adolescenti devono essere anarchici, per dare alla società un futuro diverso (sperabilmente migliore). L'anarchia matematica funziona assai male, invece.

Chiudo qui, dicendo che personalmente ho smesso di fare il gufo saggio all'inizio dei miei corsi. Non dico più alle matricole che la mia materia è bellissima perché si trova dappertutto. Dico che devono studiarla perché altrimenti non prenderanno la laurea che desiderano. Poi, forse, ad alcuni di loro questo studio piacerà e aprirà la mente. Ad altri no, ma non posso farci nulla. Credo di essere onesto, chissà se lo apprezzano?

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