Passa ai contenuti principali

In primo piano

Morire in primavera - recensione

Salutato come una delle più importanti opere tedesche nell'era post-Günther Grass, Morire in primavera è un racconto di crudo realismo sul significato della guerra. A ben vedere, la collocazione negli anni della Seconda Guerra Mondiale è piuttosto marginale: prevalgono qui il piano personale ed umano del coinvolgimento nel concetto stesso di conflitto armato come sospensione dei normali valori umani.

Nell'inverno del 1945, quando la Storia ha già scritto l'epilogo della tragica avventura nazional-socialista di Hitler e del suo Reich, Walter e Fiete sono due giovani ragazzi che lavorano in una fattoria nel nord della Germania. A diciotto anni, pensano alla ragazze e al futuro, mentre il "soldato Ivan" ha ampiamente valicato i confini orientali del Reich. Walter ha problemi agli occhi, non sa sparare con il fucile, mentre Fiete teme la chiamata alle armi. È ribelle all'autorità, risponde con lo sferzante "Drei liter" al nefasto saluto delle SS, e pro…

Ricordo di un professore

Dicono che bisogna imparare a stare bene con se stessi. Io con me stesso sto benissimo: è con gli altri che ho problemi!

È stata mia mamma, ieri sera, a farmi una domanda: "Tu non avevi un docente con un cognome particolare, quando eri all'università?" Ho scoperto così che ha lasciato questo mondo Fausto Valz-Gris, già ricercatore presso il Dipartimento di Fisica dell'Università Statale di Milano. Ho trovato ben poche sue notizie in Rete, e nemmeno una foto. Anche per questo vorrei condividere in questa pagina i ricordi che ho di lui.
A metà degli anni Novanta, studiavo matematica nell'allora Seconda Facoltà di Scienze MM.FF.NN. della "Statale" di Milano, sede di Como. Il corso di Analisi Matematica 2 era tenuto dal prof. Casini, mentre l'esercitatore era il prof. Valz-Gris. Una persona dall'età vaga, perennemente munito di un cappotto impermeabile verde (sì, anche nel mese di luglio) e di un'enorme borsa in pelle traboccante di testi universitari. Ci spiegò il teorema di dipendenza continua dai dati iniziali per le equazioni differenziali ordinarie (se non avete capito nulla, non importa) con l'esempio di un rimorchiatore attaccato ad una nave per mezzo di una catena di ferro. Sinceramente, nessuno di noi imparò quel teorema, almeno in quella sede. Durante il mio esame, iniziò proprio lui ad interrogarmi. Mi fece una domanda piuttosto impegnativa, e la mia risposta non lo convinse. Fu il prof. Casini a sbrogliare la situazione, e non interessa adesso dire chi avesse ragione.

Due anni dopo lo ritrovai come docente del corso di Equazioni Differenziali della Fisica Matematica. Il programma è solitamente molto classico (equazione del calore, delle onde, e di Poisson), ma lui decise di fare tutt'altro. Parlò di distribuzioni (à la Schwartz), di operatori di Hörmander, e di tanti altri argomenti complicati. Per alcuni studenti era un supplizio, soprattutto in vista dell'esame. Per me era una gioia. Cercherò di spiegarvi perché.

Fausto Valz-Gris era un ricercatore di Fisica, che un giorno decise di dedicarsi totalmente alla comprensione della matematica moderna. Ce lo disse lui, forse durante una chiacchierata tra un'ora di lezione e l'altra. Aveva capito che non conosceva la matematica essenziale per diventare un bravo Fisico, e passò il resto della sua vita a studiarla. Era un bibliofilo, e ai miei occhi era un pregio inestimabile. Un giorno mi disse di aver staccato un assegno di un milione di lire (!) per alcuni testi di matematica, che peraltro non sapeva più dove mettere perché la sua libreria era ormai esaurita.
Studiava tutto, dall'analisi matematica all'algebra, dalla geometria alla probabilità. Conosceva - forse possedeva - praticamente ogni manuale universitario disponibile a stampa, e ne aveva letto una buona percentuale. Quando aveva un dubbio, ci raccontava, sapeva subito in quale libro cercare la risposta.

L'esame finale del suo corso consisteva in un seminario su un argomento di equazioni differenziali. Portai il Teorema del Passo di Montagna di Ambrosetti e Rabinowitz, che poi sarebbe diventato lo strumento più importante del mio lavoro di ricerca. Valz-Gris mi guardò e sorrise, perché ricordava di averne sentito parlare molto nei primi anni Settanta, ma di non aver mai avuto il tempo per studiarlo. Era contento che qualcuno, anche uno studente, gli mostrasse un teorema nuovo! Superai l'esame, mi laureai, e lo persi completamente di vista. Il mio ultimo ricordo risale al 2005 circa: stavo pranzando in una pizzeria al trancio di piazzale Gorini, a Milano, e lo vidi camminare sul marciapiede. Forse nel timore di fare una brutta figura, non uscii a salutarlo.

La notizia della sua morte mi ha rattristato profondamente. Pochi matematici, nella mia esperienza da studente e da ricercatore, hanno avuto il coraggio di dedicarsi allo studio costante e sfiancante come Fausto Valz-Gris. Senza coltivare un piccolo "orto mentale", ma sempre aperto all'ammirazione per i teoremi altrui. Facendo una breve ricerca, ho scoperto che, insieme alla moglie, apriva la casa di montagna ai musicisti in cerca di concentrazione e di serenità durante un festival di musica classica.

Una bella persona, lo ricorderò sempre con affetto e stima. La citazione all'inizio di questo post è sua, la pronunciò durante una lezione a Como.

Commenti

  1. Caro Simone Secchi, sono la moglie di Fausto e stasera cercando il nome di Fausto in internet forse alla ricerca di ricordi (anche se so bene che il suo nome compare pochissimo in rete) ho trovato il suo Ricordo di un professore. Una perfetta descrizione di Fausto e della sua inesaurita passione per la matematica e in generale per lo studio. Lo studio di tutto: su tutto matematica, ma anche fisica, linguistica, storia, toponomastica.. Gli dicevo sempre che era nato nel secolo sbagliato e che avrebbe dovuto vivere e essere un ricco signore enciclopedico del 700. Per cinque anni è andato all'ospedale tre volte alla settimana per fare la dialisi ed era sempre accompagnato da un libro, per lo più di matematica. Era famoso per essere il "dializzato matematico", che spiegava ai medici quanto c'era di fisica nel funzionamento delle macchine. Nell'ultimo anno era tornato a studiare la relatività perchè non gli sembrava di averla capita del tutto. Aveva anche trovato un nuovo interesse nell'astrofisica e leggeva un grosso libro blu " Gravitation and cosmology..." , che è ancora sul suo comodino, insieme alla Balena Bianca di Melville. Il suo grande dolore, negli ultimi mesi, era quello di non riuscire più a leggere (perchè lo affaticava molto) e a studiare quanto avrebbe voluto, anche se indefesso continuava a trascinare i libri all'ospedale.
    Caro Simone, le sue parole mi hanno profondamente toccata perchè lo restituiscono com'era. Io lo so, ma vedere che anche altri lo sapevano e lo ricordano così bene mi ha commosso.
    Con sincero affetto Valeria Sborlino

    RispondiElimina
  2. Gentile signora,
    le sono sinceramente riconoscente per il bellissimo commento che ha lasciato. Mi dispiace di non aver potuto conoscere meglio Suo marito.
    Con affetto,
    Simone Secchi

    RispondiElimina
  3. Ciao Simone, mi ha fatto molto commuovere il tuo ricordo di mio papà.
    Sarebbe felice di essere ricordato da tutti come lo fai tu, e forse è proprio così.
    Grazie
    Massimo Valz-Gris

    RispondiElimina
  4. Anch'io ho seguito il corso con Simone, e ho piu' o meno gli stessi ricordi...
    Credo che fosse la prima volta che un professore tentava di farci capire che il corso, il programma, l'esame (e l'universita' intera) sono solo una semplificazione utile per cominciare, e il vero scopo - di fronte a un mondo che e' ben piu' grande e complesso - e' cercare di capirci qualcosa, anche se non basta una vita intera. Per questo, trovo molto appropriato che abbia lasciato qualche libro non finito sul comodino. Spero anch'io di capirci qualcosa, un giorno.

    Davide Di Gennaro

    RispondiElimina
  5. Ricordo un Davide studente nelle parole di Fausto, ma non so collocarlo nel tempo e probabilmente nel corso di molti anni universitari ce ne saranno stati più di uno.
    Quando – con grande ritardo - ho letto l’ultimo post, esattamente come quando avevo letto la lettera di Simone Secchi, il mio primo pensiero è stato: “Lo devo dire a Fausto”. Seguito da un lancinante e doloroso riconoscimento di realtà: “Non lo saprà mai”.
    E trovo questo una grande ingiustizia. Come sapete bene, questo vostro professore non aveva molti dubbi su come doveva lavorare e insegnare o forse non poteva fare diversamente. Ma talvolta, di fronte a qualche riserva o critica più o meno evidente o a qualche scarsità di sponda, si chiedeva quanti fossero gli studenti (perché era questo che gli importava) che ne capissero il senso. Sapeva che c’erano, ma non pensava certamente che alcuni avrebbero preso carta e penna per scriverlo.
    Sto lavorando con alcuni suoi colleghi perché i suoi libri, come lui voleva, possano andare alla biblioteca del Dipartimento. Vi farò sapere a operazione riuscita.
    Ringrazio ancora Simone per l’ospitalità sul suo blog .
    Valeria Sborlino

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari