Assessment

È una parola inglese che ho sempre fatto fatica a tenere a mente. Significa sostanzialmente "valutazione", ad esempio quando si giudica uno studente per il lavoro svolto. Oppure un docente. E già, perché qui casca il proverbiale asino, ed è un miracolo che non sia già morto stecchito per le ferite riportate nelle innumerevoli cadute.

Lo diceva De Filippo, gli esami non finiscono mai. Dopo decenni di tranquillità, sembra che anche in Italia ci stiamo facendo contagiare dalla mania della valutazione. E qui torna la vecchia favola della meritocrazia, panacea di ogni male.
La mia opinione è che serva molta calma, e forse la teoria della decrescita avrebbe qualche ragione di applicarsi anche in questo ambito. Ho infatti due tipi di paure: il primo è che la vita possa trasformarsi in un tritacarne darwiniano che stritola i presunti immeritevoli. Il secondo è che qualcuno cada sempre in piedi, eludendo il principio di uguaglianza.

A me va anche bene l'idea di essere valutato per la qualità del mio lavoro, sebbene questo aumenti la mia innata ansia. L'importante è che il processo di valutazione sia limpido e inappuntabile; il pericolo è infatti quello di premiare i soli raccomandati con una medaglia al valore. Insomma, oltre al danno, anche la beffa.

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