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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Il brontosimone

Recentemente mi è capitato di reagire male ad una email ricevuta nella mailing list dei ricercatori universitari. L'autore del messaggio, a me sconosciuto, scriveva le proprie sacrosante osservazioni in un italiano sintatticamente povero, quasi adolescenziale. Purtroppo ho risposto pubblicamente che quel messaggio rappresenta, ai miei occhi, il fallimento della scuola italiana (pubblica o privata, poco importa).

Ovviamente, sono stato rimproverato di scorrettezza e di maleducazione. Francamente me ne infischio, come ebbe a dire Clark Gable (e non Humphrey Bogart, grazie a Paola per la segnalazione) tanti anni fa. Il fatto è che non ne posso più di leggere compiti d'esame infarciti di errori grammaticali, e non ne posso più di leggere email miserevoli in quanto a consecutio temporum e accordo dei pronomi personali. Qualcuno dice che nelle comunicazioni elettroniche occorre essere indulgenti, addirittura sarebbe sconsigliato attenersi alle regole dell'italiano scritto. O bella! E perché mai, di grazia? Forse una email non è un testo scritto? Dovrei essere felice di indovinare la punteggiatura mancante perché l'autore ha avuto un'infanzia complicata?

Fin dalla tenera infanzia, mamma, papà, maestra e professori mi hanno inculcato (e ne sono orgoglioso) l'abitudine ad esprimermi dignitosamente: la povertà di linguaggio, mi dicevano, è la povertà dell'intelletto. Certamente possiamo, e sovente dobbiamo, esprimerci colloquialmente fra amici e parenti. Ma non è piacevole inviare una email dalla sintassi zoppicante a centinaia di colleghi sconosciuti. D'altronde, ho sempre pensato che un individuo scolarizzato dovrebbe faticare a scrivere male, e non a scrivere correttamente. Mi stupisce che, secondo alcuni colleghi laureati, mi starei sbagliando.

Commenti

  1. Condivido tutto quello che hai scritto.
    Ti consiglio anche la lettura dell'ultimo libro di Paola Mastrocola.

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