Il brontosimone

Recentemente mi è capitato di reagire male ad una email ricevuta nella mailing list dei ricercatori universitari. L'autore del messaggio, a me sconosciuto, scriveva le proprie sacrosante osservazioni in un italiano sintatticamente povero, quasi adolescenziale. Purtroppo ho risposto pubblicamente che quel messaggio rappresenta, ai miei occhi, il fallimento della scuola italiana (pubblica o privata, poco importa).

Ovviamente, sono stato rimproverato di scorrettezza e di maleducazione. Francamente me ne infischio, come ebbe a dire Clark Gable (e non Humphrey Bogart, grazie a Paola per la segnalazione) tanti anni fa. Il fatto è che non ne posso più di leggere compiti d'esame infarciti di errori grammaticali, e non ne posso più di leggere email miserevoli in quanto a consecutio temporum e accordo dei pronomi personali. Qualcuno dice che nelle comunicazioni elettroniche occorre essere indulgenti, addirittura sarebbe sconsigliato attenersi alle regole dell'italiano scritto. O bella! E perché mai, di grazia? Forse una email non è un testo scritto? Dovrei essere felice di indovinare la punteggiatura mancante perché l'autore ha avuto un'infanzia complicata?

Fin dalla tenera infanzia, mamma, papà, maestra e professori mi hanno inculcato (e ne sono orgoglioso) l'abitudine ad esprimermi dignitosamente: la povertà di linguaggio, mi dicevano, è la povertà dell'intelletto. Certamente possiamo, e sovente dobbiamo, esprimerci colloquialmente fra amici e parenti. Ma non è piacevole inviare una email dalla sintassi zoppicante a centinaia di colleghi sconosciuti. D'altronde, ho sempre pensato che un individuo scolarizzato dovrebbe faticare a scrivere male, e non a scrivere correttamente. Mi stupisce che, secondo alcuni colleghi laureati, mi starei sbagliando.

Commenti

  1. Stefano Lisini23 maggio 2011 14:23

    Condivido tutto quello che hai scritto.
    Ti consiglio anche la lettura dell'ultimo libro di Paola Mastrocola.

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