L'orrore della montagna

Ieri sera ho visto un film horror di qualche anno fa, Calvaire. Ecco il trailer:




Calvaire (The Ordeal) - Trailer

Non è un capolavoro, nonostante la bella fotografia e il solito fascino delle produzioni francesi e belghe. La trama è quella tipica di un film de paura: cantante smarrisce la strada mentre attraversa le montagne, e rimane bloccato. Chiede ospitalità in una locanda isolata, dove il gestore lo accoglie e gli promette di riparare il guasto al furgone. Sarà l'inizio di un incubo, perché il locandiere è un folle che lo segrega e lo tratta come la moglie che l'ha abbandonato anni prima.

A parte l'apparente banalità del plot letterario, questo film mette una notevole inquietudine. Il momento più suggestivo è quando un gruppo di paesani irrompe nella locanda e uccide il gestore e il figlio (ritardato) di questi. I presunti liberatori si rivelano aguzzini ancora più spietati e sanguinari. La sceneggiatura incoraggia un fastidioso razzismo culturale, secondo cui gli abitanti delle zone montane sarebbero esseri primitivi adusi ad ogni tipo di vizio e depravazione. Ma il rapporto fra cittadini e campagnoli è molto più delicato in Francia che in Italia, e potrei aver frainteso il messaggio.

Il vero motivo della mia inquietudine nel vedere questa pellicola è che rappresenta forse la principale paura di tutti gli escursionisti: quella di uscire per una passeggiata e di incontrare uno spietato assassino. Magari sembra stupido, ma la montagna è spesso una finestra spazio-temporale che riporta il camminatore nel passato, dove i telefoni cellulari non esistevano e ogni rumore poteva costituire l'indizio di una minaccia alla propria incolumità.

Se avete mai fatto qualche uscita lungo i sentieri della Valle d'Aosta o dell'Alto Adige, probabilmente conoscete il senso latente di allarme che vi prende quando vedete una persona camminare verso di voi. Sarà senz'altro un altro appassionato di trekking, ma potrebbe essere un killer in fuga o uno psicopatico. E allora ci si guarda ma senza fissarsi, si azzarda un rispettoso saluto e si mantiene una certa distanza fisica.

Adesso non datemi del paranoico: so benissimo che è più frequente slogarsi una caviglia che finire per le mani di un maniaco montanaro. Eppure noi cittadini ci sentiamo deboli, quando siamo in mezzo a gente che conosce i segreti dei monti e li frequenta abitualmente. Sull'altopiano di Asiago ho guardato con una certa ansia un'impronta nella neve, perché poteva essere quella di un lupo; ovviamente non ho mai incontrato un lupo, ma altrettanto ovviamente non sarei stato in grado di gestire un tête-à-tête del genere.

Per essere del tutto sincero, l'unica zona dove ho vissuto l'ambiente naturale con più inquietudine è stato proprio l'altopiano di Asiago: monti brulli e disabitati, sentieri poco battuti dai turisti e assenza pressoché totale di rifugi e bivacchi. Ma perfino i monti del Lario, a pochi chilometri da casa mia, non sfigurerebbero in un film dell'orrore; basta raggiungere i paesi più isolati per incontrare facce strane di indigeni che guardano con sospetto i forestieri, e ci metterebbero un attimo a darti una botta in testa e a farti sparire nelle loro cascine.

E poi dicono che nelle città la gente non si sente al sicuro. Dovrebbero provare a fare un giro nei boschi, per rimpiangere i cosiddetti balordi che terrorizzano le vecchiette con i loro strani idiomi.

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