Non me ne frega niente

Dopo il post Non ho capito, oggi tocca al ben peggiore Non me ne frega niente. Grazie ad un tweet della poliedrica letterata Chiara Prezzavento (redattrice di un interessante blog), sono finito su questo post. L'argomento è delicato: è possibile catturare l'attenzione degli adolescenti facendo una lezione/conferenza?

Il post di Davide è abbastanza spietato, e non sembra lasciare troppe speranze. La mia esperienza è ovviamente molto diversa da quella dell'autore di testi fantasy, e certamente la matematica non è il miglior viatico per affascinare le grandi platee. Devo però concordare sul punto dolens: sempre più spesso i ragazzi e le ragazze hanno in bocca la frase Non me ne frega niente.

Non so se la colpa sia di Licia Colò (come ironicamente suggerito da Davide) o della persona che parla in cattedra, ma è sempre più complicato ottenere l'attenzione delle ultime generazioni. Sentendomi spesso accusare di essere un bieco laudator temporis acti, potrei dire sentenziosamente che "ai miei tempi i giovani erano più educati". Certo la società rurale, luogo di rigida sottomissione fra classi sociali e nobiliari, imponeva un atteggiamento più disciplinato, spesso inculcato a forza di bacchettate sulle dita e ceffoni al ritorno da scuola.

Io per la verità sospetto che sia cambiato poco: ma oggi i ragazzi non hanno più paura di ostentare il loro disinteresse, mentre i nostri nonni l'avevano. Questo, chiaramente, non offre una visione migliore del problema, poiché appare insensato ripristinare le punizioni corporali per salvaguardare le apparenze.

Dal mio misero osservatorio di insegnante per le matricole scientifiche posso ormai affermare con relativa certezza che il modo migliore per stuzzicare l'attenzione di tanti giovani è quello di parlare dei loro interessi: appena nomino gli esami, miracolosamente alzano tutti le antenne. Beh, battute a parte, la colpa è spesso di chi imposta il discorso. Se è vero che un corso scolastico o universitario non può cercare l'applauso a tutti i costi, una conferenza divulgativa ha maggiore libertà di movimento. Purtroppo i conferenzieri fanno sovente la figura di intellettuali che vivono nella loro torre d'avorio, convinti perfino di conoscere le opinioni dei giovani. Troppo tardi scoprono la dura realtà, sbattendo il naso contro quelle sedie ruotate di 90 gradi di cui parla l'autore del post citato all'inizio.

Riassumendo, vedo nella discussione due aspetti: da una parte l'indubbia sfacciataggine (sia detto senza cattiveria) delle ultime generazioni, che non si vergognano di mostrare apertamente disinteresse. Dall'altra c'è l'orgoglio di quelli che salgono in cattedra e vorrebbero assistere ogni volta ad un trionfo di popolarità. Forse non è vero che "a questi ragazzi non interessa più nulla", come si asserisce; magari c'è soprattutto un problema di incomunicabilità radicale, acuito dalla velocità del nuovo millennio. Ora i gusti e gli interessi mutano alla velocità della luce, ed è sempre più complesso stare al passo.

Commenti

  1. Credo - temo (e mi sento molto vecchia nel pensarlo) che alle volte abbiamo qualche difficoltà nel capire l'immaginario dei fanciulli. Come Davide, ho tenuto conferenze e laboratori su cose che "alla loro età" mi rendevano ridicolmente felice, e sono rimasta sconcertata vedendo il loro disinteresse.
    My bad, I'm sure.
    Però sai, oltre alla spudoratezza nel mostrare disinteresse, c'è anche un'altra - e abbastanza speculare - questione da branco: spesso mostrare interesse non è affatto cool. Bisogna essere secchioni e nerd per mostrare interesse a una conferenza. Le regole dell'appartenenza impongono disinteresse, distacco, superiorità.

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    1. Il branco però esiste dagli albori dell'umanità, non credo sia diventato migliore o peggiore. E poi tende a restare confinato nel periodo delle scuole medie, perché già alle superiori è finita l'età del bullismo contro i secchioni.
      Certo è vero che noi siamo nati negli anni '70, e siamo cresciuti in un mondo completamente diverso. Io ricordo che giocavo con i robot giapponesi e con il pallone, mentre oggi nascono con i videogiochi e la realtà virtuale.
      Comunque facciamocene una ragione: siamo da tempo nella fascia d'età che loro assimilano alla tarda vecchiaia, e i vecchi non hanno mai saputo parlare ai giovani.

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  2. Devo dire che sia il post di Davide che quello di Simone, tentati (sebbene con un sano retropensiero scettico) da una laudatio temporis acti, mi ha davvero sorpreso, perchè la mia esperienza mi racconta una cosa diversa.
    L'osservatorio è quello dei corsi di scienze politiche a Perugia, che ho frequentato prima da studente (seconda metà anni '90) e poi da docente (con diversi gradi di responsabilità). E non faccio assolutamente torto alla verità se dico che i miei colleghi di allora (con le dovute eccezioni) erano molto più disinteressati e beoti (ma erano più numerosi, anche) degli studenti degli ultimi 5/7 anni. Non saprei a cosa attribuire questo "cambio di segno", ma devo constatarlo.
    Su questo, una considerazione: sta arrivando una generazione che per scelta (cioè, quando si accorge di poter scegliere) guarda meno TV, anche perchè preferisce dedicare il tempo ad altri media (che passano dalla rete) e secondo me questo li rende più svegli, recettivi, critici. Non è l'eldorado, ma io sarei meno pessimista.
    A ciò aggiungerei che l'età 14-18 è quella in cui i condizionamenti sociali derivanti dai rapporti con i parietà (legati alla pubertà) sono più efficaci; ma poi passa (e secondo me alle ultime generazioni passa prima, e meglio, anche per la ragione che indicavo prima).
    Insomma, secondo me il bicchiere è mezzo pieno, ed in futuro è destinato a riempirsi (le ristrettezze aguzzano l'ingegno...)

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