Libri: scriverli e leggerli

È domenica, l'ultimo giorno di un lungo ponte festivo. Piove e fa freddo per uscire, così mi metto a leggere un libro. Pochi minuti dopo averlo preso in mano, lo sguardo passa alla mia modesta libreria. Ad essere sincero possiedo un buon numero di volumi, che ormai raccolgo non solo sulla libreria ma anche nelle ante degli armadi. Di questi libri, parecchi sono stati acquistati a mai letti: alcuni erano in omaggio con un quotidiano, altri erano consigli per la lettura delle professoresse di italiano, e in quanto tali chirurgicamente relegati in fondo ad un cassetto.

L'epifania che mi ha colpito oggi, peraltro un'epifania piuttosto banale, è la considerazione degli sforzi compiuti dagli autori per scrivere questi testi. Spesso hanno dedicato mesi, e forse anni, alla stesura delle bozze, e poi hanno perfezionato lo stile per altri mesi. Un libro, a patto di volerlo scrivere bene e non come un instant book per far soldi, ha una gestazione molto lunga. Ma quanto vive, dopo essere passato da bruco a farfalla?

La risposta dipende ovviamente dalla natura del libro, e altrettanto ovviamente dal modo di misurarne la vita. Un romanzo, per fare un esempio, attraversa la vita del singolo lettore per pochi giorni; i lettori più voraci divorano un romanzo di media lunghezza in poche ore, e i lettori più lenti vi si dedicano per un paio di settimane. È però vero che ogni libro vive in dimensioni parallele: la vita per il singolo lettore e quella per la comunità dei lettori. Che significa? È semplice: se acquisto un libro e lo leggo in tre giorni, per me quel libro è vissuto tre giorni. Ma sono ottocento anni che l'umanità legge la Commedia di Dante Alighieri, e non sembra essersene stancata. In questo senso, un buon libro vive infinitamente più a lungo del proprio autore.

Per altri tipi di libri la situazione è più precisa: i saggi di attualità politica ed economica sono confinati nello spazio di pochi anni, salvo che quelli di respiro storico così ampio da diventare classici. I manuali scientifici tendono ad invecchiare abbastanza in fretta, e perfino i testi degli scienziati più famosi del passato valgono ormai solo come testimonianze letterarie.

Uno di questi giorni passerò in libreria per ordinare una recente antologia:


Sono sempre stato appassionato della letteratura italiana delle origini, e da qualche parte ho i quattro volumi di Gianfranco Contini dedicati ai poeti del Duecento. Sarebbe bello poter intervistare Guido Cavalcanti o Cino da Pistoia, e chieder loro se avrebbero mai immaginato di esser letti ininterrottamente per i successivi otto secoli. Forse costoro credevano di scrivere sonetti per le loro innamorate e pochi uomini colti e benestanti. Senz'altro non avrebbero pensato di vedere le loro poesie sullo schermo di un computer o di un tablet, né di leggere le lunghe note a pié di pagina in cui gli studiosi analizzano l'uso di un verbo o di un aggettivo.

In fondo è proprio questa la magia dei libri: prolungano l'esistenza dell'autore oltre il limite della vita biologica, e lo fanno rinascere nelle menti degli studenti e degli studiosi di ogni epoca.

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