La democrazia dell'email

Pochi giorni fa, Matteo Renzi ha annunciato l'attivazione di un indirizzo email per raccogliere le proposte popolari di riforma della Pubblica Amministrazione. Ieri, il ministro Marianna Madia (la cui presenza al governo è per molti un mistero imperscrutabile) ha scritto su Twitter che sono già arrivate tremila email.
Quando ho letto le parole del ministro, ho fatto due conti della serva: poiché il governo ha annunciato il testo della riforma della P.A. fra quaranta giorni, e pur ammettendo che l'invio di email non abbia un comportamento lineare nel tempo, alla fine la casella di posta conterrà qualche decina di migliaia di messaggi. Ognuno di essi, mediamente, conterrà almeno tre "idee geniali"; A fronte di queste considerazioni, la prospettiva più realistica è che qualche funzionario dia un'occhiata ad un piccolo campione di quei messaggi, e ne estragga un pugno di proposte già concepite dal governo medesimo. Il resto saranno byte stracci, se non, ahinoi, carta straccia.

Quella appena presentata è l'ipotesi che oserei definire preferibile, poiché questo sistema di raccolta delle proposte presta il fianco a manipolazioni ben più inquietanti. Supponiamo, per assurdo, che un governo voglia dare una svolta autoritaria alla propria politica. Basterà attendere un grave fatto di cronaca, le cui vittime siano preferibilmente bambini innocenti o comunque individui che suscitano un istinto di protezione, e annunciare una riforma del codice penale. Se le persone che risponderanno sono le stesse che commentano gli articoli sui siti di informazione, non mancheranno certo le proposte di tortura degli indiziati e di soppressione dei condannati in primo grado. E il gioco è fatto: potrebbero scapparci anche lo stato di eccezione e i pieni poteri all'esercito.

D'altronde, l'uso delle masse è ben noto nella storia: folle plaudenti sotto i balconi di Piazza Venezia a Roma, manipoli di entusiasti con il braccio teso in Germania,  e via ricordando. L'avvento della cosiddetta democrazia digitale sembra anche più pericoloso del classico populismo, perché offre il paracadute dell'anonimato. Insomma, il sogno dei manipolatori delle menti. Il tutto condito dal più grande paradosso: l'assoluta opacità dei dati.
Quei partiti che fanno votare l'espulsione dei membri riottosi alla disciplina del capo attraverso un sito internet, mascherano con la trasparenza la forma di delazione più bieca. E poi si scopre che hanno votato meno persone degli abitanti di un qualunque borgo di campagna, ma intanto così ha decretato il popolo.

Il problema, se permettete, è semplice: questione di numeri. Sottoporre un quesito a risposta aperta in una consultazione plebiscitaria è una sciocchezza colossale. Oppure una fine strategia tendenzialmente eversiva. E infatti i referendum sono ovunque estremamente circostanziati: una domanda a risposta chiusa (sì/no), senza spazio per la fantasia.
D'altronde la soluzione al problema esiste da secoli, e sia chiama democrazia rappresentativa. Quando gli elettori mandano in Parlamento i loro rappresentanti, delegano a loro la rappresentanza (e non già il potere di governare per cinque anni, altra gigantesca degenerazione dell'idea di democrazia). Dovere dei rappresentanti è proprio avere le idee: una volta organizzate in una proposta di legge, è ammesso il referendum consultativo, ma da una proposta bisogna pure partire.

Lo scopo di queste recenti tentazioni populiste è piuttosto evidente: fingere di avvicinare la politica alla gente (la ggente) per fare, invece, quello che il capo desidera. Chi andrà a controllare se le email contenevano le proposte effettivamente convertite in legge? Ovviamente nessuno: quei messaggi forse resteranno riservati, e comunque nessun governo è mai caduto per non aver seguito le indicazioni raccolte sul web. Solo vantaggi e nessun rischio: una strategia geniale.

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