Il giudice e il suo boia

Il commissario Bärlach della polizia di Berna insegue da anni Gastmann, che per diabolica scommessa ha ucciso un innocente davanti ai suoi occhi ed è riuscito a farla franca. Nelle sperdute valli del Giura bernese un giovane poliziotto è stato ritrovato nella sua auto, freddato da un colpo di pistola alla tempia.
Bärlach riceve l'incarico di indagare, ma un cancro allo stomaco lo ha ormai condannato. Debilitato, chiede di essere affiancato da Tschanz, poliziotto dinamico ma un po' irruento. Le indagini sono complesse, il morto aveva trascorso l'ultima serata nella villa di un potente uomo d'affari in compagnia di consiglieri federali: ci sono evidenti ragioni per mantenere il riserbo e archiviare il caso senza creare troppi imbarazzi politici.

Inizia così il (breve) romanzo di Friedrich Dürrenmatt (Il giudice e il suo boia, Adelphi, 2015), e non vale la pena di svelare il doppio colpo di scena che trasforma una storia apparentemente banale in un piccolo gioiello della letteratura poliziesca. Con la consueta maestria (Dürrenmatt era uno degli autori favoriti di Georges Simenon) l'autore dipinge un personaggio, quello del Vecchio Bärlach, che si muove da vero master of puppets fra assassini noti e assassini inattesi. La realtà, sembra ricordarci lo scrittore bernese, è raramente ciò che sembra.

Un racconto che si legge in due ore, ma che resta nella memoria.

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