Matematica, lavagne e tecnologia

Io sono un insegnante molto... fisico. Non nel senso che sono un esperto di fisica, ma nel senso che durante le lezioni mi muovo molto: passeggio avanti e indietro (forse anche troppo), muovo le mani (sono pur sempre italiano, no?),  parlo mentre scrivo e anche mentre cancello la lavagna.

Ecco, la lavagna. Sono abituato a fare lezione alla lavagna, meglio se con il gesso ma non disprezzo nemmeno le lavagne bianche. Ogni tanto provo ad organizzare una lezione basata sulla proiezione di slides scritte al computer (in LaTeX, naturalmente); ci ho provato una decina di giorni fa, perché dovevo introdurre il calcolo matriciale e scrivere le matrici è sempre lungo e noioso.
L'ho fatto perché due ore di lezione alla lavagna sono faticose, io sudo come se andassi in palestra e mi imbratto i vestiti come se andassi in miniera. Quindi ho scritto qualche decina di slides e le ho proiettate dal computer.

Mentre parlavo, microfono alla mano, provavo una sensazione crescente di insoddisfazione: gli studenti avevano lo sguardo perso, alcuni parlavano tra di loro mentre altri cercavano di copiare con furia tutto ciò che appariva sullo schermo. Ho portato a termine la lezione, ma la sola prospettiva di ripetere quell'esperienza mi demoralizza. Forse tenterò la via della scrittura su tablet con proiezione in diretta, ma non ne sono ancora sicuro.

Nei miei ricordi di studente universitario c'è qualche docente che spiegava attraverso i lucidi. Vent'anni fa nessuno collegava un proiettore al computer, e ci si accontentava delle cosiddette lavagne luminose: quei mastodontici elettrodomestici con una superficie retroilluminata e un collo da giraffa per trasmettere il fascio luminoso allo schermo appeso al soffitto. L'ingrediente principale erano ovviamente i lucidi, scritti a pennarello in diversi colori: nero smorto, blu indeciso, rosso imbarazzato e verde cadaverico.
Quando l'amanuense commetteva un errore, per non buttare il foglio intero doveva raschiare l'inchiostro con una lametta da barba o con una gomma plasticosa: il risultato era sempre un piccolo cratere visibile anche da una talpa in ultima fila.

Ecco, io detestavo (chiedo venia ai miei professori) quel genere di lezione. Erano... pallose. Sembravano così fredde, distanti e sterili. Una professoressa era specializzata nello sport più insulso: trascriveva pedissequamente il libro di testo sui lucidi, e poi, ovviamente a memoria, ripeteva le identiche parole alla classe.  Forse a causa di costei ho sviluppato una vaga insofferenza per la sua disciplina.
Al contrario, le lezioni più appassionanti erano quelle dei professori che costruivano i teoremi con il gesso fra le dita: la teoria sembrava scaturire dalla polvere bianca che si depositava sulla superficie nera della lavagna. E poi la lavagna sembrava favorire il contatto e il dialogo fra il docente e gli studenti. Non so come mai, ma i lucidi reprimono il dialogo.

Prevengo le obiezioni:

  1. le lavagne sono spesso inadeguate, troppo poche e/o troppo piccole;
  2. gli studenti sono spesso troppo numerosi;
  3. le aule sono spesso troppo grandi;
  4. le slides sono come i diamanti: durano per sempre.
È tutto tristemente vero: per ragioni molto concrete siamo spesso obbligati ad abbandonare la vecchia lavagna di ardesia (o di plastica). Strumenti come il nuovissimo iPad Pro o il Microsoft Surface Pro possono essere un valido rimpiazzo della scrittura in tempo reale, è vero. Ma mortificano la fisicità, obbligano a stare seduti dietro alla cattedra e a tenere lo sguardo puntato sul display. 
Non si suda, non ci si sporca: secondo me questa non è una lezione.

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