Foto-fobia

Avvertenza: questo post contiene concetti potenzialmente inquietanti. Non dite che non vi ho avvertiti.

Ieri mi sono imbattuto in un simpatico (ma primitivo) sito internet dedicato al paese della Valganna in cui ho passato le estati di tutta la mia gioventù, Cunardo. Il sito è questo, è amatoriale e invaso dagli spot pubblicitari. Mi sono imbattuto in alcune fotografie, ad esempio queste:











Sono fotografie color seppia, vecchie di quasi un secolo. La bambina della prima foto è forse coetanea di mio nonno Federico, magari andavano a scuola insieme. Chissà che vita ha avuto, probabilmente ha attraversato due guerre mondiali, si sarà forse sposata e avrà partorito dei figli. I bambini dell'asilo avranno giocato mentre i fascisti uccidevano gli oppositori democratici, e forse si sono trovati su fronti opposti dopo il 25 aprile. Qualcuno avrà preso l'influenza spagnola e qualcuno sarà diventato ricco, altri saranno emigrati in America in cerca di fortuna.

È sempre affascinante guardare le vecchie fotografie, così come rivedere i film muti di Charlie Chaplin. Ma c'è anche un risvolto inquietante, perché gli uomini e le donne che erano davanti alla macchina fotografica nel 1913 sono tutte morte. È una banalità, ma è anche una delle mie paure. Non credo di temere che la fotografia contenga o rubi l'anima del soggetto; piuttosto temo di essere stato suggestionato da uno splendido film di qualche anno fa: The Others. Secondo Wikipedia, la trama del film di Amenabar è ispirata al racconto Il giro di vite di Henry James. Se è così, allora è un'interpretazione alquanto libera del testo di James. Non voglio parlare della trama, anche perché si tratta di una pellicola che vale la pena di gustare direttamente. Io, per esempio, l'ho guardata una delle ultime sere che ho passato a Pisa, prima di traslocare a Cantù nell'autunno del 2003. Ero in casa da solo, faceva piuttosto freddo ed era buio: l'atmosfera ideale per un film di fantasmi. Ad ogni modo, c'è una scena del film che non ho mai dimenticato: quella in cui Nicole Kidman scopre le fotografie dei domestici sotto il materasso. Piccolo particolare: i domestici sono tutti morti, nel senso che erano morti quando sono stati fotografati. Ho scoperto che queste fotografie appartengono ad una variante del Memento Mori, cioè all'iconografia che accosta vivi e morti. C'è una pagina di Wikipedia che documenta il fenomeno: se siete impressionabili, non aprite il link.

Non so perché, ma ho sempre odiato di essere fotografato. Non so se capita solo a me, ma guardare le persone in fotografia o riflesse nello specchio mi ha sempre messo i brividi. Da bambino avevo la sensazione che perfino mia mamma, allo specchio, fosse quasi un'estranea, e per qualche tempo pretendevo che lo schermo del televisore fosse coperto di notte perché avevo paura di vedere qualche fantasma riflesso. Da grande ho letto che la paura degli specchi è spesso causata da una constatazione talmente banale che il nostro cervello non se ne accorge: i nostri volti non sono affatto simmetrici rispetto ad un ideale asse verticale che passa per il naso. Al contrario, abbiamo volti asimmetrici, e il nostro cervello si abitua a vedere l'asimmetria direttamente. Quando il volto viene riflesso, l'asimmetria si rovescia e percepiamo una sensazione di estraneità che ci inquieta. Insomma, tutte le paure infantili hanno spiegazioni semplici; eppure qualche paura non ci abbandona mai, per qualcuno è la paura degli spazi chiusi e per altri la paura della folla. Io, se posso, evito di essere fotografato. Anche perché sono troppo brutto per essere immortalato!

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