Umanesimo

In questi giorni sto leggendo uno splendido libro:

Stoner, di John Edward Williams, edito da Fazi. Il libro racconta la vita di William Stoner, professore universitario di inglese nel Missouri di cento anni fa. Non l'ho ancora finito, quindi non posso esprimere giudizi complessivi. Posso solo dire che è una lettura consigliata a tutti i professori e ricercatori: è bello (e sconfortante) imparare che tutto il mondo è paese.

Leggendo questo libro, ho avuto le stesse sensazioni che avevo quand'ero studente liceale, e sognavo di diventare insegnante. Come forse ho già scritto in questo blog, la mia passione per la matematica è nata tardi, a partire dal terzo anno di liceo scientifico. Prima la odiavo, ne avevo una paura irrazionale e mi sentivo un perfetto idiota con i numeri. Ero, al contrario, un appassionato umanista: vivevo fra grammatiche e dizionari di latino, leggevo la letteratura italiana delle origini e immaginavo una carriera da studioso del Medioevo. Poi, e non so giudicare ancora se sia stata una scelta intelligente, ho privilegiato il rigore della matematica e delle sue teorie. Confesso però un periodico attacco di nostalgia per le versioni di Tacito e degli autori decadenti e cristiani, il cui latino mi affascinava per la grammatica decadente. Come quasi sempre accade, vent'anni fa ho promesso a me stesso di non dimenticare il mio lato umanistico, e puntualmente ho buttato tutto al vento.
In questi giorni, leggendo che William Stoner preparava i seminari sulla poesia rinascimentale inglese, sono tornato indietro nel tempo. Mi sono domandato se, in ultima analisi, lo studio delle lettere non dia più gioie e soddisfazioni dello studio delle scienze. Temo sia un'illusione, ma non è più appagante insegnare Filologia Romanza invece che Calcolo Differenziale? La trasformata di Fourier è veramente più bella della poesia di Guido Cavalcanti? Possiamo confrontare
S'i fossi foco arderei il mondo
con
Una funzione continua definita in uno spazio compatto possiede massimo e minimo assoluti ?
Certo, non dubito che l'insegnamento della storia letteraria del Seicento possa venire a noia alla stregua del calcolo matriciale. Ma una differenza, a mio giudizio profonda, c'è, ed è addirittura lapalissiana: lo scienziato duro studia le idee, ma dimentica spesso gli uomini (e le donne) che le hanno sviluppate. Lagrange, Weierstrass, Gauss sono nomi per sempre legati a teoremi importanti, ma per quasi tutti i matematici restano etichette vuote. Personalmente ignoro se questo o quel celebre matematico abbia avuto una vita piacevole o terribile, se sia vissuto negli agi o se sia morto di stenti. So che alcuni matematici sono morti nei campi di concentramento nazisti, ma queste storie restano sullo sfondo. Il matematico del terzo millennio deve pubblicare, o perire. Anzi, il matematico che dedica tempo alla storia dei matematici del passato è visto con un pizzico di compassione: evidentemente non è abbastanza bravo per dimostrare più teoremi.
Nel mio immaginario, lo studioso di lettere deve invece comprendere gli uomini (e le donne) insieme alle loro idee. O, forse, ancora più delle loro idee. Un romanzo, un poema, un sonetto non sono interessanti in sé (come un teorema); sono interessanti anche e soprattutto perché qualcuno li ha scritti, attingendo alle proprie emozioni ed alle proprie esperienze. Uno scrittore come Jean Giono è considerato ambiguo per una certa vicinanza alle ideologie fascisteggianti del secolo scorso, e i suoi romanzi sono analizzati in questo contesto. Nessuno invece penserebbe di giudicare un teorema alla luce delle scelte politiche del matematico che l'ha dimostrato.

A questo punto, vorrei sapere se le stesse sensazioni, mutatis mutandis, appartengano anche agli studiosi umanistici.






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