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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Rifiuto e vado avanti

In questi giorni c'è stato l'ennesimo putiferio per colpa di un preside di facoltà bolognese che ha impedito agli studenti di rifiutare il voto conseguito in sede d'esame. La faccenda si è rapidamente sgonfiata, c'è stata la prevedibile circolare "mi avete frainteso", e la pace è tornata.
Per capire meglio, occorre ricordare che un voto non si può tecnicamente rifiutare. Il rifiuto è invece la rinuncia a portare a termine l'esame, come tutti i regolamenti accademici concedono. Praticamente, lo studente è libero di ritirarsi dalla prova d'esame in qualsiasi momento, senza conseguenze. Per completezza, resta scoperto un caso: se l'esaminatore propone un voto, è lecito che lo studente lo respinga al mittente? Nonostante io abbia chiesto alcuni pareri, la risposta non mi è chiara.

Ma questo è un problema diverso, e servirebbe forse un civilista. Un insegnante si domanda piuttosto se sia opportuno concedere questa scelta allo studente. E qui le opinioni abbondano. Una parte del corpo docente sostiene che gli studenti devono essere liberi di aspirare al massimo, e dunque possono ripetere gli esami finché vogliono. Un'altra parte del corpo docente sostiene invece che l'università è utile quando è affrontata brillantemente: quanto può contare un 27 strappato dopo mezza dozzina di sufficienze stentate?

Francamente il problema è reale, e si annida nella visione stessa degli studi universitari. Se questi devono essere un viatico per conquistare un lavoro remunerativo, temo che poche aziende lungimiranti assumerebbero un laureato che abbia ripetuto tanti esami fino allo sfinimento. Ma se la carriera universitaria è concepita come un percorso di crescita e di acculturamento nel senso più ampio del termine, non dovrebbe esserci nulla di male nel provare e riprovare, alla ricerca dell'optimum.

Appartenere all'una o all'altra delle due scuole non è una scelta banale, perché bisogna pur riempire la pancia, oltre alla mente. Mi è stato detto che in altri Paesi gli studenti che ripetono più di due volte lo stesso esame sono espulsi dal corso di laurea. E parliamo di nazioni che aspirano ad essere il motore economico del mondo, nei prossimo decenni.

Ma, a ben guardare, conta anche la cultura nazionale: l'eccessivo rigore non appartiene a noi italiani, sempre benevoli verso chi sbaglia e chi ha difficoltà. Credo che sia un atteggiamento nobile, a patto di non abusarne.

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