Recensione: Le signorine di Concarneau

È uscito da pochi giorni, sempre per i tipi di Adelphi, il breve romanzo di Georges Simenon Le signorine di Concarneau.


Scritto sull'isola di Porquerolles nel 1935 e pubblicato l'anno successivo in Francia, lascia ai lettori più fedeli del prolifico scrittore belga la sensazione di déja vu. Le signorine del titolo sono due (più una, a rigore signora in quanto maritata) sorelle bretoni, zitelle, che gestiscono un'attività di emporio sulla costa. Ma il vero protagonista è il fratello Jules, anch'egli scapolo ultraquarantenne, nominalmente capofamiglia ma nella pratica sottomesso alla sorella più anziana. Una sera, dopo essersi concesso un po' di svago mercenario sulla via di casa, investe un bambino che attraversava la strada. Preso dal panico, Jules non si ferma immediatamente, e torna all'emporio con una scusa per aver tardato.
Ma il senso di colpa è spietato, e per alcuni giorni si trascina dal letto alle imbarcazioni da pesca di cui è proprietario simulando un malessere fisico. Quando il cognato poliziotto lo informa che il bambino investito è deceduto per un'emorragia interna, Jules decide che l'unico modo per riscattarsi è quello di star vicino alla madre in lutto. Costei, Marie Papin, vive con un altro figlio e il fratello ritardato in una casa povera, facendo il bucato per le famiglie benestanti del paese. Jules è stupito dall'apparente indifferenza di Marie per il recente lutto, ma non demorde: copre di piccoli regali il figlio, assume il fratello ritardato come uomo di fatica sulle sue barche, e visita quotidianamente la casa della donna.
Le dicerie si diffondono velocemente, mentre Jules si convince di essere innamorato di Marie, e le chiede di sposarlo. La donna mantiene un atteggiamento ambiguo, mentre la tipica catastrofe simenoniana prende corpo: rientrando a casa, la sorella anziana mette Jules con le spalle al muro. Lei ha capito tutto (come del resto ha sempre capito tutto del fratello minore), sa che Jules ha ucciso il bambino, ed è decisa a pagare Marie per farla tacere e allontanarla dalla loro famiglia. Jules crede che lo stia mettendo alla prova, ma il giorno successivo la sorella consegna ottomila franchi alla giovane donna e si fa rilasciare una dichiarazione che la impegna a non intentare causa a Jules.
Jules perde le staffe, picchia la sorella e un avventore dell'emporio: lo scandalo è ormai incontrollabile, e l'ultima speranza è la fuga. Una fuga che dura ben poco, perché Jules sa che la sorella ha fatto la cosa giusta; lui non ama Marie, prova solo pena e senso di colpa. Ma ormai è troppo tardi, la vita dei fratelli non sarà più quella di prima. Devono vendere tutte le attività, e allontanarsi da Concarneau. Si trasferiscono nell'Ile-de-France, gestiscono attività imprenditoriali con scarso successo, una sorella muore di polmonite. Jules resta solo con quella sorella che ha picchiato: sa che, come sempre, ha vinto lei, ma in fondo è rassegnato al proprio destino. Vivranno insieme gli anni della vecchiaia, perché loro sono una famiglia.

Un tratto caratteristico di questo racconto è il capitolo finale: diversamente dal solito, Simenon chiude il libro con un salto nel futuro. Ci fa vedere il destino delle sorelle e di Jules, parlandoci dall'esterno. Non è una tecnica che Simenon amava, e infatti resta la sensazione di un finale frettoloso.
Al di là della tecnica narrativa, Le signorine di Concarneau è il tipico romanzo nero di Simenon: le vite ripetitive, l'ambiente familiare opprimente e un po' morboso, le pantofole riscaldate e i riti di tutti i giorni spezzati dalla tragedia che il protagonista è troppo codardo per gestire razionalmente. Raramente  romanzi duri dello scrittore di Liegi offrono conforto al lettore; l'unica salvezza è nella normalità sottilmente malata che la debolezza umana cerca come un potente anestetico.

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