Ci si abitua in fretta

In questi giorni, la mia timeline di Twitter e il mio diario di Facebook sono pieni di rancore e risentimento. Non certo nei miei confronti, ma nei confronti dell'universo intero. È uno stillicidio di improperi contro qualunque forza politica, contro qualunque ministro, contro qualunque amministratore; e contro qualunque decisione.
Sembra paradossale, ma il clima è questo: odio per chi non fa, odio per chi fa, odio per chi suggerisce di fare.

Certo è una questione complessa: viviamo anni duri, intere generazioni stanno perdendo la speranza nel futuro, il lavoro scarseggia, i politici rubano. E potrei aggiungere che piove, governo ladro, e che non ci sono più le mezze stagioni. Che cosa voglio dire? Essenzialmente che, a mio modestissimo avviso, ci vorrebbero sia uno psicoanalista che uno storico.

Dice: i politici sono disonesti. Beh, può essere vero, ma statisticamente la storia del bue che dice cornuto all'asino. Le statistiche ci insegnano che una percentuale da capogiro di italiani commette reati contro il patrimonio, a partire dall'evasione fiscale. Se la classe politica e dirigente ha tante colpe, non si può dire che i presunti sudditi siano campioni di correttezza, nevvero? Allora dice: per forza, come si può essere onesti in queste condizioni? Qui si sfiora il ridicolo, che per me è un pessimo segnale. La madre di mio padre ha cresciuto due figli da sola, vedova in tempo di guerra. Il primo insegnamento è stato quello dell'onestà, pur in momenti di fame e miseria. Adesso gli orefici e i trumbée (sarebbero gli idraulici) evadono il fisco pur avendo macchine costose e seconde case.

Dice: i giovani non hanno speranza, sono la prima generazione che non può confidare in un futuro migliore di quello dei genitori. Scusi, ripeta un po': la prima? Forse la prima dal 1960 ad oggi, ad essere ottimisti. Lei crede davvero che i bambini del 1910 avevano la speranza di un futuro luminoso, mentre accompagnavano i genitori a raccogliere le patate e il fieno? E quelli del 1899, destinati a morire al fronte o di influenza spagnola? Come la mettiamo con i giovani del 1600, che certamente non credevano di salire sull'ascensore sociale?

Pur non essendo uno storico di mestiere, ho l'impressione che la nostra società tenda a giudicare il presente senza considerare il passato. Una spiegazione spicciola ce l'ho, ed è anche intuitiva: è facile assuefarsi alla prospettiva del miglioramento, mentre è difficile rassegnarsi alla regressione. Funziona probabilmente come la memoria selettiva, che idealizza il passato rimuovendo i ricordi tristi. Ecco perché i nostri vent'anni ci appaiono mitici, e la fanciullezza ci sembra un'età libera da ansie e preoccupazioni. A ben guardare, raramente è stato così, ma ci piace crederlo.
Eppure, nella scala dei tempi storici, i cinquant'anni di sviluppo e progresso sono un puntino invisibile; piacevole, ma invisibile. E parimenti non ci domandiamo se lo stesso ritmo possa estendersi per decenni o per sempre, forse perché sappiamo bene che la risposta sarebbe negativa.

In tutto questo, e qui entra in scena la psicologia, credo di leggere anche il comportamento infantile dell'essere umano. Vorremmo tutto, possibilmente subito, gratis e per sempre. Vorremmo aria pulita senza traffico, crescita esponenziale senza disuguaglianze, una vita più lunga senza nemmeno un malessere. Restiamo sempre un po' come i bambini, che non hanno ancora la consapevolezza del principio di azione e reazione. Rompono un giocattolo e piangono perché si è rotto, chiedendo alla mamma di aggiustarlo.
Forse dovremmo maturare, e fare scelte più consapevoli. Potremmo rinunciare tutti a qualcosa, per dare a tutti qualcos'altro. Perché non lo facciamo?

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