L'ultima campanella, vent'anni dopo

È un periodo abbastanza intenso, e non ci pensavo più, ma la passeggiata di questa mattina per le vie di Cantù mi ha rinfrescato la memoria. Oggi è l'ultimo giorno di scuola, e tanti ragazzi camminanavano in guappo e si scambiavano promesse estive: piscina, viaggi, shopping.

So bene che la faccenda della cifra tonda è soltanto nella nostra testa, ma devo ricordare che esattamente venti anni fa anch'io ero nella stessa condizione. Correva l'anno 1993, là fuori c'erano gli omicidi di importanti magistrati, le bombe mafiose (un argomento ancora oggi sulle prime pagine dei giornali), il crollo dell'antico sistema dei partiti politici; insomma, non era un bel periodo. Ma sappiamo che fondamentalmente la nostra memoria è egocentrica: un periodo ci sembra felice perché noi lo eravamo, e cancelliamo tutto il resto. 
Vent'anni fa come oggi ripassavo ansiosamente le materie d'esame, solo gli scritti della maturità si intromettevano fra un presente ormai passato e la prospettiva dell'università. Mi sarei iscritto al corso di laurea in matematica, gli affanni sui libri di italiano, inglese, filosofia e storia sembravano essere un capitolo chiuso.

Vent'anni: l'età dei miei attuali studenti! Mentre molti di loro vagivano nella culla, io studiavo i grafici delle funzioni sulle raccolte di temi d'esame per la maturità.  Eppure sembra ieri. Credo di avere ancora un paio di scarpe da basket acquistate allora, e misteriosamente mai indossate. A Cunardo, in un armadio, c'è ancora il pallone dei Boston Celtics che portavo al campo, sotto il sole bollente.
C'è poco da fare: quando suona l'ultima campanella delle superiori, la vita prende una piega diversa; per quanto noi cerchiamo di guardare indietro, è tutto inutile.

Stamattina guardavo i ragazzi che si salutavano, alcuni fino all'autunno, altri forse per sempre. Sembravano tutti felici, e molti lo erano veramente. Secondo me, il fardello più pesante che l'età adulta ci scarica addosso è la fine, definitiva, della dipendenza dal riconoscimento proveniente dall'esterno. Mi spiego meglio: quando eravamo studenti, capivamo dal giudizio dei nostri insegnanti (e delle nostre famiglie) se avessimo fatto il nostro dovere. Quando il giudizio era positivo, noi eravamo autorizzati ad essere soddisfatti delle nostre azioni.


Ora che siamo adulti, siamo diventati giudici di noi stessi. Certo, sul lavoro spesso dipendiamo ancora dai nostri "capi", ma sto parlando soprattutto di un senso di appagamento interiore.  Soltanto noi possiamo decidere se siamo soddisfatti della nostra vita, dei nostri risultati, e delle nostre prospettive.
Restiamo soli con la nostra coscienza, con i nostri dubbi. 

Commenti

  1. Oh... anch'io ero di maturità vent'anni orsono. Greco allo scritto, Italiano & Storia all'orale.
    E contemporaneamente recitavo ne L'Importanza di Chiamarsi Ernesto.
    Bei tempi.
    Forse, la sensazione che ricordo più vividamente è un senso di scelte compiute. Fino ad allora "tutte" le porte erano state aperte. A quel punto dovevo imboccarne una, scegliere - e rinunciare a tutte le altre.
    Scary, in it own way.
    Anche perché a diciannove anni non avevo ancora colto che nessuna decisione è incisa nella pietra...

    la Clarina

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