Recensione: "La prigione"

Scritto da Georges Simenon nel 1967, La prigione è un romanzo ormai introvabile nei circuiti commerciali. Scritto negli anni finali della carriera, è un'opera al tempo stesso magnetica e disturbante. Sul racconto aleggia un'atmosfera ricca di sinistri riferimenti autobiografici, che i conoscitori della vita di Simenon colgono fin dalle prime pagine.

La trama: Alain Poitaud è il giovane direttore del settimanale scandalistico Toi. Una sera, rientrando a casa, viene fermato da un ispettore della polizia giudiziaria. Accompagnato al Quai des Orfèvres, un commissario lo informa che la moglie, soprannominata Chaton, ha ucciso la sorella. La donna ha confessato il crimine, ma ovviamente la polizia deve compiere le indagini di rito.

Chaton è una donna emancipata, giornalista free lance, colta e intelligente. Al contrario, Alain è un personaggio perennemente sopra le righe, amante del whisky e della vita notturna. Dopo un'infanzia borghese, si è arruolato nell'esercito per sfuggire ad una vita che considerava asfittica, e dopo il congedo, in poco tempo ha costruito dal nulla un giornale fra i più venduti. Ovviamente un giornale pruriginoso, pieno di fotografie maliziose, procurate da un fotografo ambiguo. 
Il commissario capisce facilmente che Poitaud era l'amante della defunta, ma il movente della gelosia non regge: i due non si frequentavano più da almeno un anno, e i rapporti erano buoni. In fondo, contro Alain non c'è nulla: nessuna responsabilità penale, almeno.

Ma la responsabilità è anche morale. Il nostro protagonista inizia un faticoso viaggio dentro se stesso, che lo mette di fronte ad un'esistenza fatta di apparenza. Il denaro, le donne con cui si toglie sistematicamente gli appetiti della carne, e la celebrità nascondono soltanto il bisogno di non sentirsi solo. Da sempre Poitaud ha avuto orrore della solitudine, dell'anonimato. Detestava l'idea di essere un dentista qualunque come il padre, o un banchiere molle e grigio come il cognato. Per anni è stsato accusato di essere un ribelle, e invece non è diverso da tutti loro. Perfino la seduzione, peraltro facilissima, della nuova camerierina fiamminga non lo distoglie dalla realtà: solo vanità e inconsistenza.

Il figlio di cinque anni, che tanto lui quanto Chaton considerano poco più che un ospite da tollerare nei ritagli della loro vita professionale, vive tranquillo nella casa di campagna, con la tata e i custodi anziani e affettuosi. Alain cerca forse un'ultima ragione di vita, ma non la trova: il figlio non sente la sua mancanza, e anzi sembra giovarsene.
La decisione è presa: dopo essersi ubriacato in tutti i bar lungo la strada per Parigi, Poitaud si lancia a folle velocità contro un albero. Di tutte le delusioni, la vita è senz'altro la peggiore.

Romanzo tutt'altro che politicamente corretto, e perfino diseducativo, La prigione è la storia di un suicidio. Simenon non cerca alternative, ci dice quasi subito che nessuna speranza è data. Alcuni episodi della vita di Alain Poitaud richiamano quelli della vita dello stesso autore, ormai sessantenne. L'atto sessuale compulsivo, che Simenon descrive nelle sue memorie come una costante di tutta la sua esistenza, diventa ora il paravento per la miseria interiore. Ma sbaglieremmo a leggere in queste pagine una richiesta di perdono, perché l'autore non si sente in colpa verso il mondo femminile. È piuttosto un atto di accusa e di disprezzo per la debolezza di chi, pur avendone l'opportunità, è incapace di essere soddisfatto.

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