Io non ti conosco, io non so chi sei

Questo post è scritto dal punto di vista di un uomo. Intendo proprio un uomo, cioè un maschio. Ciò non esclude che le lettrici possano trovare qualche spunto interessante, comunque.

 

Penso di aver già raccontato questa storia (forse mi avvio verso la demenza senile), ma la ripeto per vostra comodità. Nel 1990 o giù di lì, passavo le vacanze estive a Cunardo, a casa di mio nonno. Mi piaceva una ragazza bionda, Lara. Dopo innumerevoli tentativi di approccio, mi capitò di trascorrere un intero pomeriggio con lei e un comune amico, seduti al parco giochi. Venuta l'ora di cena, e sapendo che avremmo dovuto fare la stessa strada verso casa, mi incamminai speranzoso. Purtroppo lei sfoderò la battuta che ispira queste considerazioni: “Io non posso fare la strada con te, perché non ti conosco”.

 

Eh già, “non ti conosco”, più raramente declinato con l'ammorbidente “abbastanza”: una frase tipicamente femminile, che assume significati inattesi e contraddittori. Ne cito alcuni:

  1. Mi sei antipatico

  2. Non saresti male, ma ti vesti come un profugo

  3. Mi piaci, ma non sono una ragazza leggera

  4. Puzzi

  5. Eccetera, eccetera.


Quella volta, ma ero giovane ed inesperto, proprio non capii il senso dell'affermazione di Lara: è lapalissiano che non puoi conoscere una persona, se non la conosci. Quindi dov'era il problema? Ma è noto che i maschi hanno un cervelletto in versione light, e dunque faticano a seguire le logiche femminili.

 

La donna ricorre al trucco del “non mi conosci” quando l'uomo meno se lo aspetta. Anzi, l'uomo è gratificato dalla fase di conoscenza: qualunque giovanotto, appena trovata la ragazza, si appende un cartello al collo e pubblicizza la nuova condizione di ex-zitello. La donna no, è capace di presentare come un caro amico perfino il compagno dopo cinque anni di convivenza. È tutta questione di (in)sicurezza, giacché la donna non necessita di continue conferme affettive e sociali. Un'altra ottima occasione per rinfacciare la scarsa conoscenza di sé è durante i litigi. Mai l'uomo rinfaccerebbe alla donna con cui sta litigando che avrebbe voluto essere conosciuto meglio. Probabilmente, al contrario, l'uomo pensa che sia proprio l'eccessiva conoscenza reciproca a scatenare le liti furibonde. Per la donna è invece l'arma letale con cui infilzare il (povero) malcapitato: “tu non sai chi sono, non l'hai mai saputo”. Inutile ribattere: “meno male, altrimenti sarei già scappato”, sarebbe come gettare benzina sul fuoco. Meglio abbozzare e promettere di impegnarsi di più in futuro, sempre che ci sia un futuro comune, s'intende.

 

L'ultimo aspetto di questo vezzo psicologico è l'immancabile sindrome di Stoccolma. L'uomo, a forza di essere respinto con il pretesto che “non ci conosciamo abbastanza”, si convince che sia giusto e cade preda del panico. Basterebbe tuttavia applicare le più elementari regole della logica, per accorgersi che il mondo va avanti proprio perché l'uomo ignora questo genere di risposte. Se a me, uomo, piace una donna che non conosco bene, certamente non posso gettare la spugna per tale ragione: se tutti facessero così, le donne avrebbero solo rapporti incestuosi (poiché l'unico uomo che conosce davvero una donna è il padre). E non sarebbe un gran passo avanti, temo.

 

Sarebbe molto interessante se gli uomini provassero a respingere le donne con la frase “ma tu non sai chi sono io”. Probabilmente l'intelligenza femminile troverebbe facilmente una via d'uscita per ribaltare la situazione a proprio favore. Ancora una volta l'uomo ne uscirebbe sconfitto, ma potrebbe almeno imparare qualcosa.

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