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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

I buroitaliani

Questa mattina ho fatto il cane da guardia durante un test di matematica per le matricole della mia facoltà. Come sempre, c'era una procedura da seguire, ma tutto sommato era piuttosto snella e ragionevole. Lo spunto per questo post mi è giunto dalla domanda di uno studente; visibilmente nervoso, al momento della consegna mi ha offerto la ricevuta di pagamento delle tasse universitarie. Vedendomi sbigottito, ha sostenuto che le segreterie gli avevno intimato di presentarla il giorno del test.

Sorvoliamo sulla decadenza commerciale dell'istruzione (tu comincia a pagare, poi si vedrà), e concentriamoci sulle implicazioni sociologiche da bar. Anche dopo tanta meditazione, non ho capito come avrei potuto utilizzare la ricevuta di pagamento. Innanzitutto l'università dovrebbe sapere già chi ha pagato le tasse e chi no: altrimenti sarebbe il caos primordiale. In secondo luogo, la ricevuta del versamento in banca è un documento rilasciato allo studente a sua garanzia, cioè per dimostrare di essere in regola in caso di contestazioni. Insomma, per una volta do ragione al ministro Brunetta: in un Paese civile, l'onere della prova ricade sull'accusa. Altrimenti è un regime dispotico, in cui gli individui sono sudditi. E' questione di buon senso: immaginate di andare dal prestinaio a comprare tre panini. Se il cassiere, dopo aver ricevuto i vostri soldi, vi intimasse di dimostrare che avete effettivamente pagato, credo che lo prendereste per rimbambito. In Italia, ahimé, questa è la regola.

L'aspetto che mi inquieta, tuttavia, è l'assuefazione a tale distorsione del sano rapporto fra amministrazione e cittadinanza. Noi italiani, spesso, siamo talmente imbevuti (o imbibiti) di sudditanza psicologica, che ci mostriamo servili con orgoglio. Mi viene in mente la famosa scena del film Non ci resta che piangere, con il compianto Massimo Troisi.





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