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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

L'insostenibile leggerezza dei programmi universitari

Ho iniziato a studiare matematica nell'ottobre del 1993. Bei tempi. Ma non divaghiamo: in quattro anni di laurea (vecchio ordinamento) e quattro anni di Ph.D. mi sono fatto un'idea dell'approccio all'insegnamento della matematica moderna. Schematicamente, mi sembra che potremmo procedere così:
  1. Insiemistica varia e cenni di logica proposizionale
  2. Strutture algebriche fondamentali (gruppi, campi, insiemi ordinati, spazi vettoriali, ecc.)
  3. Topologia generale e strutture lineari topologiche
  4. Analisi matematica (successioni in uno spazio metrico/topologico, funzioni continue, funzioni differenziabili, integrazione secondo Darboux, ecc.)
  5. Funzioni a valori vettoriali, varietà differenziabili, geometria di curve e superfici
  6. Teoria della misura astratta e integrazione
  7. Analisi funzionale lineare.
Riconosco di essere bourbakista, e quindi ho un approccio centrato sull'analisi matematica. Ma lo schema precedente può e deve essere completato ed arricchito.

Il vero incubo che perseguita chiunque debba insegnare matematica nell'università riformata dal 3+2 è che questa sequenza ormai stabile e ragionevole viene sistematicamente trasformata in una struttura quasi caotica di argomenti e insegnamenti. Che senso ha il calcolo differenziale senza sapere le basi della topologia, anche solo degli spazi metrici? Possibile che una funzione di due variabili sia un oggetto venerabile, mentre una funzione di tre variabili sia un mostro minaccioso? Perché le derivate parziali sembrano idee indipendenti, quando sono soltanto derivate direzionali scelte per convenzione? Non sarebbe più istruttivo che gli studenti imparassero a lavorare con norme diverse in $latex \mathbb{R}^n$? Al secondo anno di matematica ho imparato che tutte le norme di uno spazio vettoriale finito-dimensionale sono equivalenti. Eppure sono sopravvissuto e ho pure preso 30 e lode in Analisi 2.

Oggi, a pranzo, a momenti mi strozzavo: ho saputo che a Pisa, qualche anno fa, hanno deciso di fare un corso di calcolo (differenziale ed integrale) in cui nessuno definiva mai la derivata, ma tutti calcolavano derivate come se piovesse. A parziale attenuante, il corso era seguito da un altro di analisi matematica rigorosa. Mi resta comunque l'atroce sospetto che a nessuno importi davvero di laureare persone consapevoli e critiche. Basta il pezzo di carta, e fuori anche a pedate.

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