Back on books

Ogni volta che mi arriva sulla scrivania una copia saggio di qualche testo di matematica, inizio a sfogliarlo con le migliori intenzioni e, puntualmente, ricado sempre sulle stesse domande. È successo anche oggi, dopo che due rappresentanti di una nota casa editrice scolastico-scientifica mi hanno consegnato (di loro spontanea iniziativa) una copia della seconda edizione di un manuale di matematica per l'università. Non farò pubblicità gratuita al volume, limitandomi ad aggiungere che si tratta di un manuale specifico - nelle intenzioni degli autori - per la lauree dell'area "Scienze della vita".

La prima cosa che mi colpisce, quando volto le pagine di un libro nuovo, è l'odore. Quel tipico profumo di liceo, che riempiva la casa quando tornavo dalla libreria con i volumi per il nuovo anno. È l'odore tipicamente proustiano della madeleine, che mi riporta agli anni dell'adolescenza e dei pomeriggi passati a sottolineare e ripetere capitoli dopo capitoli. Mi fa piacere che anche oggi i libri di testo abbiano lo stesso profumo, una peculiarità che difficilmente può appartenere agli e-book.

Ma veniamo al sodo:  la matematica è la disciplina scientifica di cui gli insegnanti/docenti si vergognano maggiormente. Se un professore di chimica è fiero di insegnare chimica, un professore di matematica sembra essere tenuto ad un understatement talmente basso da raschiare il pavimento. Ormai i manuali universitari di matematica sono stracolmi di presunte applicazioni utili della matematica. È politicamente scorretto insegnare la teoria dei limiti per le successioni, se prima non sono state scritte almeno tre pagine di motivazioni prese dal cosiddetto mondo-là-fuori. E allora avanti! Ci sono i soliti conigli di Fibonacci, i soliti organismi che si estinguono in un lago, il solito carbonio che decade. E poi, in fondo, la definizione di limite. Spesso rabberciata, imprecisa, perché la precisione fa paura nel mondo-là-fuori.

Mi domando se esistano professori capaci di raccontare tutte queste belle cose ai loro studenti. Io certamente no: con le ore di lezione cui ho diritto, faccio appena in tempo a dare la definizione matematica dei concetti. Qualche volta faccio un esempio in cinque minuti, perché l'alternativa è "tagliare" interi capitoli del programma.
Una volta ho provato a motivare le equazioni differenziali con il computo degli interessi in un ideale mondo economico onesto. Dopo trenta minuti di spiegazione, gli studenti mi hanno detto che, a loro, non importa un bel fico secco degli interessi bancari. D'accordo che insegnare significa anche imparare a scegliere le parole giuste, ma non posso rinunciare agli integrali impropri per far posto al solito micro-organismo che nuota nel suo brodino primordiale e giustifica duemila anni di matematica. Sarà vero che i greci studiavano la matematica per rispondere ad esigenze pratiche; tuttavia siamo nel 2012, non posso fingere che questi secoli siano trascorsi invano.

In realtà, l'atteggiamento di questi autori di libri di testo mi è sempre sembrato un po' ipocrita. Un po' paraculi, per dirla alla romana. Dicono: "Venghino siori studenti e siori professori! Il mio libro è colorato e pieno di maravigliosi esempi!"

Per conto mio, ormai ho preso l'abitudine di privilegiare testi esclusivamente tecnici. Quando voglio fare un esempio, lo scelgo io. Il grosso vantaggio è un testo "maraviglioso" è spesso almeno il doppio di uno succinto e tecnico, e questo terrorizza anche i pochi studenti che vogliono studiare matematica.

Commenti

Post più popolari