Assegni di ricerca

Sfogliando internet con il mio nuovo aggeggio informatico, mi sono imbattuto in una lettera sul triste sito di Beppe Severgnini, Italians. Ecco il link: http://italians.corriere.it/2013/12/24/universita-poi-i-cervelli-dovrebbero-tornare/

Si parla di assegni di ricerca, di maleducazione dei professori (i soliti baroni), di farse all'italiana. Ormai sappiamo che il mondo accademico è un bersaglio molto più facile di una balena in mare aperto, e tutti hanno l'aneddoto scandaloso da offrire in pasto alla ggente. Qualche volta, però, si piscia fuori dalla tazza, come dicono gli intellettuali. Ad esempio, ho scoperto proprio in occasione di un assegno di ricerca del quale sono, indegnamente, responsabile, che tutti i bandi devono essere trasmessi al ministero dell'università e alla comunità europea per l'adeguata pubblicità. Sicuramente c'è stato un tempo in cui i bandi erano... segreti, ma oggi non possono esserlo.
L'abitudine degli accademici italiani di non rispondere alle email è stata ampiamente criticata su molti quotidiani. Anch'io ritengo sia un sintomo di possibile maleducazione, ma non vedo un legame diretto con la correttezza delle procedure di selezione. In Italia tutti i lavori pubblici sono affidati per concorso, e uno scambio di email con il responsabile della procedura non può cambiare l'andamento della stessa. 

Resta il fatto, secondo me, che l'assegno di ricerca italiano si porta dietro una fama ormai destinata a cambiare. Un tempo era un contratto di collaborazione pensato soprattutto per permettere lo svolgimento di una ricerca sufficientemente circoscritta, e non era considerato un test sull'indipendenza scientifica del candidato. Il che, mi si consenta, non dovrebbe meravigliare: se cerco un collaboratore di ricerca, non voglio un genio che si metterà a fare quello che vorrà. Quello dovrebbe essere la specificità di un lavoro successivo, magari a tempo indeterminato.
Dopo il varo della legge Gelmini, con la scomparsa del ricercatore a tempo indeterminato, l'assegno di ricerca è rimasta l'ancora di salvezza dei dottorandi che non vogliono rassegnarsi all'espatrio immediato. Quindi i docenti e i responsabili dei progetti di ricerca dovrebbero rivedere gli schemi mentali e professionali ormai obsoleti, garantendo un processo di selezione "come se fosse un posto da ricercatore".

Infine, mi si permetta un'osservazione lapalissiana: non esiste la legge che prevenga l'abuso. La legge, tendenzialmente, ha bisogno di una vittima prima di un colpevole. È concretamente impossibile impedire che una selezione sia pilotata, anche imponendo vincoli rigidi e apparentemente robusti. Alla fine deve esserci l'onestà, sincera o imposta dalla convenienza, dei selezionatori. I quali si assumono una grande responsabilità, perché il merito non è un bene che si pesa sulla bilancia del farmacista. Che, invece, è esattamente quello che gli schemi dell'abilitazione nazionale e dell'ANVUR hanno voluto imporre con la bibliometria sfacciata e sterile.

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