Figlio di Dio


Sulla copertina della mia copia di Figlio di Dio campeggia l'adesivo dello sconto del 25%: probabilmente è questa la ragione per cui ho acquistato il breve libro di Cormac McCarthy qualche mese fa. Non è un autore che amo particolarmente, pur avendo apprezzato il capolavoro La Strada. In particolare non mi piace quello stile pigro che lo porta a riempire la pagine di parole senza cura per le convenzioni tipografiche, in un elenco di dialoghi faticosamente attribuiti al giusto personaggio.

Protagonista è Lester Ballard, bianco miserando del Tennessee, ignorante e diseredato. Vive ai margini della società, peraltro non particolarmente raffinata essa stessa, e ben presto si trasforma in una belva priva di freni inibitori: violenta i cadaveri delle giovani donne, uccide per futili motivi, ricava una parrucca dallo scalpo di una sua vittima. Si rifugia nei boschi, dorme nelle caverne e colleziona macabri resti. Finché decide di uccidere un uomo più svelto di lui con il fucile, che gli strappa un braccio e lo fa arrestare. Finito?, No, sarebbe troppo facile e troppo politicamente corretto.

McCarthy confeziona la parabola truculenta di una bestia selvatica, ma la sensazione è che gli sfugga un'ombra di ammirazione per Ballard. Questi commette le nefandezze peggiori, eppure gli eventi sono descritti come se fossero semplicemente inevitabili, quasi naturali. Non c'è alcun fine moralistico nella scrittura del testo, e non c'è nemmeno il trionfo della giustizia così tipicamente americano. Una lettura veloce, ma non indimenticabile.

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