Commissioni di laurea

Ogni tanto capita anche a me, umile ricercatore, di far parte di una commissione di laurea. Mi è capitato ieri mattina, per esempio. Due parole di introduzione per chi non si sia mai laureato: la commissione di laurea è un gruppo di cinque o sei docenti/ricercatori che ascoltano l'esposizione dei laurendi e stabiliscono il voto finale. I relatori fanno parte d'ufficio della commissione di laurea, i restanti componenti sono scelti più o meno a caso.

Chiunque invece si sia laureato, probabilmente ha un ricordo particolare ed intenso del giorno della discussione. Ti trovi lì in piedi, davanti ad un manipolo di docenti annoiati e burberi, e hai venti minuti per convincerli che la tua tesi è proprio bella. Ai miei tempi si preparavano i lucidi scritti a pennarello, oggi è in voga la presentazione con il videoproiettore; comunque le emozioni non cambiano. Alla fine dei brevissimi venti minuti, la commissione si ritira e discute, come una giuria popolare nei telefim USA. Dopo un tempo variabile, la commissione esce e inizia la proclamazione.

Quando ero studente, chissà perché mi ero messo in testa che la commissione di laurea fosse una formalità, una ratifica della propria carriera accademica. Invece no, è tutt'altra cosa. Purtroppo.

Vi racconto come vivo solitamente queste occasioni. Innazitutto ascolto, generalmente con piacere e anche interesse professionale, le esposizioni. A volte i candidati sono visibilmente terrorizzati, a volte sono (fintamente) sicuri di sé. Ma io sono un romantico, e non mi infastidiscono la timidezza e la sudorazione fuori controllo, anche perché io stesso sono piuttosto introverso. Dopo questo momento in cui rivivo i miei venti minuti di esposizione, il presidente della commissione invita tutti i parenti e i candidati ad uscire, per dare inizio alla discussione finale. E qui iniziano anche i dieci minuti più malinconici che uno scienziato possa vivere.

Senza soffermarmi sugli sguardi assassini che i commissari si lanciano vicendevolmente, soprattutto a causa di antichi dissapori che spesso nemmeno loro ricorda più, vorrei spendere qualche riga su due aspetti che mi hanno sempre lasciato molta amarezza.

Il primo è il cosiddetto voto massimo che la commissione vuole assegnare ai candidati. I regolamenti prevedono un intervallo di valori, solitamente compreso fra zero e otto. Purtroppo molte commissioni decidono unilateralmente di assegnare al massimo quattro punti per la tesi. Perché? La risposta è ambigua e composita, solitamente ci si appella al desiderio di non sembrare un corso di laurea che regala il masismo dei voti a cani e porci. Personalmente trovo questa motivazione alquanto detestabile; ogni candidato si presenta con un punteggio costruito in base al curriculum degli studi. Se ti presenti con 95/110 e prendi otto punti di tesi, la lode te la scordi. Dov'è l'eccesso di generosità? Mi sembra un preconcetto odioso, come quello dei professori liceali che non mettono mai 9 nei compiti in classe perché vogliono sembrare severi. Tutte sciocchezze, il voto non è un voto alla genialità, bensì un voto commisurato alle richieste del corso di studi. Vogliamo forse sostenere che solo Einstein merita 10 in fisica? Credo che il genio possa essere riconosciuto e preiato in altro modo che con un voto in pagella.
Certo, i regolamenti prescrivono che il lavoro di tesi sia assimilato al superamento di un esame, dunque indipendente dai propri meriti o demeriti pregressi. Questo esclude (forse sbagliando) che un ottimo studente ottenga il massimo dei voti con una tesi di livello medio: il contrario sembrerebbe uno scandalo, ma non possiamo dimenticare che la qualità della tesi dipende essenzialmente dalla qualità della proposta avanzata dal relatore. Almeno nelle lauree scientifiche, la prassi è che lo studente scelga il relatore, ma non l'argomento di tesi. Se il relatore ha la luna di traverso e propone una ciofeca di argomento, lo studente non ha armi per difendersi. In altre discipline umanistiche mi dicono che l'abitudine sia speculare: lo studente mette sul piatto un argomento di tesi, e poi cerca un relatore interessato ad aiutarlo. Forse sarebbe meglio così, ma difficilmente un laureando in matematica ha le conoscenze sufficienti per inventarsi una tesi che stia in piedi.

E arriviamo al secondo aspetto inquietante: la diffusa tendenza, da parte del relatore, di minimizzare e spesso sminuire le capacità del proprio laureando. Penseremmo tutti il contrario, o no? Penseremmo che il relatore difenda con le unghie e con i denti il proprio candidato, anche perché è l'unico commissario che davvero possiede gli strumenti per giudicarlo sensatamente. Gli altri commissari spesso non conoscono nemmeno il nome dei laureandi.
E invece no: solitamente il relatore afferma che lo studente è piuttosto mediocre, e comunque l'argomento di tesi è classico e compilativo. Già, come se fosse facile per un laureando dimostrare teoremi originali su argomenti che vede per la prima volta. A volte ho assistito a descrizioni impietose e raccapriccianti delle capacità di qualche candidato. Questo è lecito, perché uno studente può essere senz'altro mediocre. Si pone allora una domanda: qual è il dovere del relatore? Proporre un argomento ed eventualmente giudicare male lo studente, oppure proporre una tesi adeguata alle aspettative dello studente? E' molto difficile dare una risposta; penso che io mi impegnerei per consentire allo studente, anche mediocre, di produrre una tesi soddisfacente. Non amo fare il poliziotto cattivo, almeno finché posso. Altri colleghi invece ritengono che un laureato non possa essere troppo mediocre: se non riesce a lavorare sul progetto, non è pronto per il pezzo di carta.

Qui mi fermo. Ho toccato il nervo scoperto della tesi di laurea: deve essere l'ultima tappa del Giro d'Italia, cioè una passerella in cui tutti gli studenti si mettono eleganti davanti ai parenti, oppure deve essere una prova selettiva e anche dolorosa per i meno capaci? Il mio punto di vista propende leggermente per la prima opzione, giacché gli esami sostenuti nel corso degli anni di università probabilmente hanno più valore di una tesi scritta in sei mesi. E anche noi, quando siamo chiamati a seguire un laureando, dovremmo ricordare quello che abbiamo provato, tanti anni fa, nei panni di studenti proiettati verso il futuro. Con quale faccia potrei rimproverare ad un giovane inesperto di non aver trasformato il ferro in oro? Se propongo una tesi banale, o addirittura un argomento che io stesso non conosco, posso penalizzare lo studente che non si è dimostrato più bravo di me?

Commenti

  1. Partiamo dal fondo: tra passerella e prova selettiva, c'è anche la via di mezzo di una prova seria ma non penalizzata/penalizzante.
    Poi risalendo. Da noi non è prassi che il relatore parli male dello studente, anche se capita ed anche io l'ho fatto. Ovviamente la questione è, se ne parli male perché lo fai laureare ugualmente?!?
    Infine, il punteggio. Sì, questa è una brutta abitudine. Se la scala è 0-8 perché limitarsi a 4. Soprattutto perché ogni commissione fa un po' come vuole.

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  2. Sono d'accordo con la prima osservazione: in medio stat virtus. Sulla seconda, ovviamente riconosco che io possa essere molto sfortunato: ogni volta che sono stato commissario, i laureandi erano piu' o meno i peggiori laureandi dei vari relatori. I quali magari confessavano, obtorto collo, di aver assegnato l'argomento di tesi senza saperne alcunche', ma questa e' un'altra storia.

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  3. Non mi è mai capitato di vedere assegnato un 4 punti per il quieto vivere... E' vero che talvolta i lavori di tesi che ho dato sono riusciti non benissimo come speravo, ma nella maggior parte dei casi invece ne ero fiero e ho difeso il mio candidato (o candidata). Ti do' ragione sul fatto che sembravo spesso una mosca bianca: non c'e' nulla di piu' sconfortante di un relatore che presenta il proprio candidato in tono dimesso o come una rottura di scatole...

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