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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Piramide scolastica

Sono cresciuto nella convinzione che il sistema scolastico fosse una piramide: a sei anni si sale il primo scalino, e poi l'ascesa continua attraverso la scuola media inferiore, superiore, l'università e magari il dottorato di ricerca.
Adesso, dopo cinque anni di insegnamento universitario, ho la sgradevole sensazione che ogni ciclo sia impermeabile ai precedenti. Possibile che io debba spiegare a ragazzi usciti dal liceo scientifico che cosa sia una funzione goniometrica? Possibile che non abbiano mai risolto una disequazione razionale fratta? Ma che cosa insegnano i miei colleghi delle superiori, benedetto Iddio?

Il mitico professor Dario Pavesi, nel lontanissimo 1992, ci chiedeva di dimostrare nei compiti in classe la disuguaglianza di Cauchy-Schwartz in $latex \mathbb{R}^3$. Io non mi sentivo un genio, ma sapevo sommare le frazioni fin dalla terza media. Avevo amici delle scuole tecniche che risolvevano equazioni differenziali del secondo ordine a diciotto anni, mentre tanti laureati scientifici non le vedranno mai.
Tutto questo mi sembra aberrante. O forse no, se il modello di laureato è quello del lavoratore ideale per le aziende: muto, rassegnato, poco istruito. Non si sa mai che un laureato sveglio cerchi di cambiare il mondo...

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