Consigli ad un aspirante matematico

Stamattina ho letto un bel post letterario, e la mia memoria si è risvegliata. Una volta mi è stato chiesto un consiglio analogo: come si diventa matematici? Beh, per prima cosa non so ancora se io lo sia a pieno titolo. Ma anche ammesso di esserlo, quella domanda mi ha messo in serio imbarazzo.

Conservo un ricordo piuttosto nitido del momento in cui ho deciso, se questo è il verbo esatto, di intraprendere la carriera di matematico: ero in quarta liceo, la trigonometria mi annoiava mortalmente, e così andavo spesso in una nota libreria dell'usato nei pressi dell'università a cercare manuali di analisi matematica. Ho tuttora la stessa copia, firmata da un tizio sconosciuto, dei Principi di analisi matematica di Walter Rudin. Naturalmente lo sfogliavo e non capivo nulla, perché non è un libro introduttivo. Poi è venuta una copia sgualcita del manuale di Maderna e Soardi, più abbordabile per un liceale. 
Avevo infine qualche amico più grande, che frequentava ingegneria e mi suggeriva i testi di geometria analitica e proiettiva, che consultavo con maggiore soddisfazione: le coniche, le quadriche, l'algebra lineare.

In quinta liceo avevo dismesso ogni ambizione di diventare latinista, ed ero incerto fra la fisica e la matematica. Mantenendo però uno spirito fondamentalmente umanistico, della fisica coglievo prevalentemente gli aspetti matematici, e dunque la scelta era compiuta.

Fin qui nulla di straordinario, nonostante i sorrisi di compassione dei compagni che puntavano sulle lauree spendibili: ingegneria, medicina (?), giurisprudenza(??). Il fatto strano era che provenivo da una carriera scolastica di relativa mediocrità matematica. La mia maestra delle elementari diceva a mia mamma che io annaspavo quando dovevo fare i conticini. Alle medie me la cavavo, ma in fondo le medie erano più un riformatorio che una scuola: fra ragazzi disadattati, episodi delinquenziali, professori che andavano e venivano, l'unica possibilità era quella di ottenere il massimo con il minimo impegno.

Al liceo, almeno all'inizio, ci fu il crollo. L'esame di riparazione a settembre, i mesi di lezioni private (ben poco utili), il passaggio al secondo anno con la sensazione di aver preso un calcio del fondoschiena e la sufficienza per caso. La seconda classe venne un po' meglio, ma non troppo. Miglioravo a vista d'occhio nelle discipline umanistiche (con un exploit notevole in latino, dopo aver cambiato insegnante), ma la matematica non mi piaceva.
Nel triennio la svolta: cambiai docente, la tipica zitella che spiegava i monomi leggendo il libro come fosse stato un breviario cattolico lasciò il posto ad un professore di matematica di formazione fisica, con il quale entrai in sintonia. Un interruttore era scattato nella mia testa, e la matematica di intrigava al punto di acquistare manuali e risolvere problemi anche nelle ore libere.

Quindi, quale consiglio dovrei dare ad un aspirante matematico? Il più onesto è quello di avere il professore giusto, almeno una volta nella vita. Ma è un consiglio assurdo, perché non dipende dalla volontà dell'interessato. Secondo me, il suggerimento definitivo è quello di far scattare il benedetto interruttore, ma devo ancora capire se siamo noi ad azionarlo. Magari nasciamo con un interruttore funzionante e tutti gli altri bloccati, e il nostro percorso è parzialmente predestinato.
Con questo non intendo dire che il lavoro e l'impegno siano inutili, ma potrebbero essere condizioni necessarie e non sufficienti. Anzi, penso che sia così: per anni ho cercato di suonare il piano, e ancora oggi mi sento ben disposto alla teoria musicale; tuttavia sono un disastro alla tastiera, e mai avrei potuto sperare di fare il musicista.

Per queste ragioni, se qualcuno me lo chiede, la mia risposta è sempre il consiglio più banale: dovremmo dedicarci a quello che ci piace e ci emoziona; a quello che facciamo più per passione che per obbligo. So bene che nel mondo reale non è possibile vivere di quello che piace, se non in  casi particolari. Ma trovo vagamente ipocrita che un professionista faccia credere che basti studiare per riuscire bene. Molte volte è solo l'opinione di chi non vuole ammettere di essere senza risposte. 

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