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AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Il tuo 5 per mille

Scusate, ma comincio ad essere stufo. Di che cosa? Dei messaggi pubblicitari che le università inseriscono alla fine di ogni messaggio di posta elettronica.
A che servono? Ma a chiedere soldi, naturalmente!

Ieri sera ho ricevuto un'email da un collega: erano dieci righe di testo, e sotto c'era mezza pagina, con tanto di immagine gif allegata, che mi incoraggiava a donare il mio 5 per mille alla sua università. Tanto per cominciare, trovo che sia un'inaccettabile violazione della sacralità della corrispondenza: che cosa direste, se all'inizio di ogni telefonata foste obbligati ad ascoltare trenta secondi di pubblicità? Non stiamo parlando di un provider gratuito, ma del datore di lavoro.
Poi c'è la questione della dignità. Cinquant'anni fa ci vantamo di essere poveri ma belli; oggi gli atenei sono ridotti alla stregua dei questuanti che ti fermano per strada e ti chiedono un euro per un caffè. Io, francamente, mi vergognerei di chiedere obbligatoriamente soldi a tutti i miei corrispondenti.

A parte queste obiezioni più di natura estetica che sostanziale, è proprio la logica che mi sfugge. La casella di posta elettronica fornita dall'università dovrebbe essere utilizzata dai dipendenti per ragioni professionali; è tollerato l'uso personale, ma non dovrebbe essere la regola.
Ebbene, perché io dovrei scrivere un'email ad un collega, magari di un'altra università, invitandolo a donare soldi al mio ateneo? Che cos'è, il gioco delle tre carte?

Forse sono ipersensibile, ma la continua richiesta di denaro, naturalmente sempre per opere piissime, mi indispone alquanto. Ogni dieci minuti la televisione ci invita a rinunciare ad una tazzina di caffè al giorno per sfamare un bambino africano. Oppure a donare "due o cinque euro" a questa o a quella iniziativa. E proprio ieri sera ho ascoltato, inorridito, la proposta geniale di una giornalista che qualcuno voleva presidente della repubblica: rendere totalmente detraibili le donazioni a scopo benefico.
Dunque, fatemi capire: se regalo soldi ad un bischero qualsiasi, che è riuscito a farsi inserire nel calderone degli aventi diritto al 5 per mille, posso sottrarre quei soldi dalle mie tasse? O bella, e chi paga la sanità, la scuola, la manutenzione delle strade, ecc. ecc.?
In men che non si dica, i soliti noti metterebbero in piedi un sistema di riciclaggio basato sulle donazioni, lasciando in mutande i servizi pubblici essenziali.

Da quell'ingenuo che sono, continuo a pensare che la beneficenza si debba fare in silenzio, con il cuore. E soprattutto dovremmo farla noi, senza chiedere un parere al commercialista.

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