Passa ai contenuti principali

In primo piano

AI, matematica, insegnamento, e quelle cose lì

  Sono momenti di grande fermento, nella comunità matematica. L'annuncio che un'AI (Artificial Intelligence) avrebbe risolto un importante problema matematico relativo alle equazioni di Navier-Stokes ha scatenato fiumi di parole (cit.) e guerre di opinione sulle possibili ricadute di una tale ingerenza artificiale in ambiti tradizionalmente riservati al pensiero umano. Non voglio farla lunga, ci sono dozzine di testi pronti all'uso, per supportare o confutare qualsiasi opinione personale. Mi limito qui ad un modello banalissimo, ma altrettanto concreto: l'insegnamento. Anzi: l'insegnamento che da alcuni anni tengo al primo anno della laurea triennale in matematica. Ho studiato decine di libri, ne ho scritti tre, e umilmente sento di avere ormai una visione abbastanza concreta della materia che insegno. Quest'anno ho voluto fare un esperimento: ho selezionato qualche libro e qualche articolo particolarmente pertinente con il programma del mio corso, ho scelto una...

Perché non si legge?

Sabato mattina, dopo due settimane di (piccoli) acquisti maniacali su eBay. Niente di straordinario, solo alcuni vecchi libri di Georges Simenon, altrimenti irreperibili. Rientro e scorro la timeline del mio account Twitter: nel marasma di banalità e di notizie sparse, leggo un tweet di Matteo Righetto. Con la perentorietà dei centoquaranta caratteri, lo scrittore sostiene

Nessuno lo dice, ma si legge di meno anche perché si sta troppo su Facebook o su Twitter.

E come dargli torto? Se penso al ritmo tipico di una mia giornata, posso dedurre che finirò i cinque libri appena acquistati dopo le ferie estive. Certo il fatto di dover lavorare per vivere ha un certo peso, ma la disponibilità dei social network comprime abbastanza il tempo che fino ad alcuni anni fa dedicavo alla lettura. Ci si collega con l'intenzione di dare solo un'occhiata rapida, e si resta attaccati al monitor per un'ora.

Se questo succede ad una persona che comunque legge molto anche per lavoro, non oso immaginare quante ore di lettura perda un essere umano che legga solo per svago. Mi è già stato detto che il mio osservatorio è troppo limitato per trarne le conseguenze, ma scopro sempre meno pendolari immersi nella lettura. E per lettura intendo anche la lettura su tablet o appositi istromenti da e-book.
Ci sono gli studenti dediti al ripasso degli appunti, ma una percentuale sconfortante di pendolari sale in treno, si accomoda (quando trova posto) e smanetta con il cellulare. Altrettanti infilano le cuffie nelle orecchie e chiudono gli occhi. Noi lettori accaniti sembriamo un'incrostazione delle ere passate.

Capisco che può essere un caso, magari prendo il treno in orari particolari, oppure si tratta di un'eccezione statistica. Né voglio rimpiangere il passato per se: la censura e la repressione sono gli strumenti (apparentemente) più efficaci per conservare le antiche usanze, ma solitamente bisogna imporle con la forza. E raramente è una buona cosa.

Commenti

Post più popolari